Inquisition – Recensione: Ominous Doctrines Of The Perpetual Mystical Macrocosm

Torna il duo colombiano degli Inquisition , storico act sudamericano di musica estrema attivo dal 1988. Il combo, trasferitosi in seguito a Washington, propone il suo quinto lavoro sulla lunga distanza, opera che va a spezzare una continuità fatta di Ep e prodotti underground che ha creato attorno ai nostri lo status di cult presso gli appassionati di queste sonorità. Il black metal degli Inquisition è pesantemente influenzato dal thrash e dal metal classico, era così agli esordi e lo è anche al giorno d’oggi. “Ominous Doctrines Of The Perpetual Mystical Macrocosm” ci consegna dunque un band molto preparata da un punto di vista tecnico, legata senza dubbio a una materia sonora esistente che tuttavia viene sviluppata con il necessario  mestiere del caso. L’album inanella una serie di tracce efficaci, oscure, che da un lato espongono l’anima black intransigente con accelerazioni fatte di riff scarnificati e una sezione ritmica in velocità, dall’altro un modus operandi ragionato che recupera echi della bay area e quel metal dal sapore “esoterico” caro ai Mercyful. Fate. Un platter di buona fattura dunque, segnaliamo in negativo soltanto la prova vocale di Dagon, che continua a parlare con voce roca anziché cantare.

Voto recensore
6,5
Etichetta: No Colours Records

Anno: 2011

Tracklist:

01. Astral Path To Supreme Majesties 04:32
02. Command Of the Dark Crown 03:50
03. Desolate Funeral Chant 07:04
04. Cosmic Invocation Rites 04:39
05. Conjuration 00:56
06. Upon The Fire Winged Demon 03:08
07. Ominous Doctrines Of The Perpetual Mystical Macrocosm 05:24
08. Crepuscular Battle Hymn 04:15
09. Hymn For A Dead Star 03:13
10. Across The Abyss Ancient Horns Gray 04:51


Sito Web: www.myspace.com/inquisitionusa

andrea.sacchi

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Poser di professione, è in realtà un darkettone che nel tempo libero ascolta black metal, doom e gothic, i generi che recensisce su Metallus. Non essendo molto trve, adora ballare la new wave e andare al mare. Ha un debole per la piadina crudo e squacquerone, è rimasto fermo ai 16-bit e preferisce di gran lunga il vinile al digitale.

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