Noel Gallagher’s High Flying Birds: Live Report della data di Firenze

Venerdì  sera ho realizzato un altro piccolo sogno. Mi sono presentata al cospetto di “The Chief”, The King of Britpop, Mr. Noel Gallagher, colui che per quasi vent’anni ha preso per mano gli Oasis e li ha resi una delle band che hanno fatto indubbiamente la storia della musica. Nel 2009 ha deciso di porre fine a questa storia perennemente tormentata e ha cominciato a fare quello che ogni tanto gli capitava di fare quando ancora gli Oasis erano in piena vita: suonare e cantare da solo. Non sono mai stata una loro fan accanita, li ascoltavo e li ascolto ma senza aver creato quel legame strettissimo. Un motivo c’è e sono sincera: non mi ha mai convinta questa continua diatriba fra i due fratelli Gallagher e soprattutto non mi ha mai convinta Liam Gallagher. Ma di una cosa sono stata sempre sicura: mi ha sempre affascinata il modo di cantare di Noel, ho sempre preferito la sua voce e ho sempre venerato tutto quello che lui ha scritto e creato per gli Oasis, nonchè la maggior parte del lavoro che li ha resi quelli che sono. Quando capitavano quei periodi in cui Noel imbracciava la sua chitarra e teneva all’improvviso concerti acustici in cui cantava anche quello che spettava di regola a Liam, ecco era in quei momenti che capivo davvero la bellezza degli Oasis, e il merito era indubbiamente suo. Risulterò un po’ di parte forse, ma per me è così. Ecco perché questo momento solista lo aspettavo da tempo. Non ero ancora mai stata all’Obihall: bel posto, acustica buona e tutto era in piena atmosfera british. Riesco ad arrivare in tempo per posizionarmi abbastanza vicina al palco, mi guardo intorno e vedo alcuni sosia di Liam e la cosa fa leggermente impressione. L’Obihall è sold out, è pieno di gente che non è venuta lì per caso, la stragrande maggioranza delle persone sono fan scatenati. Mi sento un po’ fuori da questo punto di vista perché forse rientro fra quei pochi che sono davvero venuti a godersi Noel, punto. Ma per la prima volta sono riuscita a capire cosa forse significasse andare a un concerto degli Oasis: bisognava essere completamente devoti. Quei devoti erano a Firenze venerdì, erano ancora una volta lì a creare quell’atmosfera da stadio, uniti a cantare, a osannare, come solo accadeva ai tempi del britpop anni ‘90. Arrivo quando la spalla al live di Noel aveva già iniziato l’esibizione. Jake Bugg è davvero sorprendente: lui da solo su quel palco, che strimpella il suo folk-country come un veterano, voce meravigliosa che mi ricorda un po’ quella di Kristian Mattson. Riesce davvero a riscaldare gli animi dei presenti, che lo seguono con attenzione, battendo le mani a tempo, bevendo birra e ringraziandolo con degni e meritati applausi. Noel non si fa per niente attendere, sale sul palco dieci minuti dopo le 21 ed è subito delirio del pubblico. La prima parte del live è completamente dedicata al suo lavoro solista: i brani scorrono piacevoli e rendono ancora meglio dal vivo, il pubblico è coinvolto, canta tutto a memoria, apprezza. C’è poco da fare, quando si va ad un concerto simile o sei dentro o sei fuori. E su questo non ho affatto problemi, avendo apprezzato il disco di Noel. Ovviamente non mancano i cori invocanti pezzi degli Oasis e questo accade alla fine di quasi ogni canzone; Noel sorride e ogni volta riprende a suonare impassibile ciò che già era stato deciso, come è giusto che fosse. Dopo un po’ sinceramente ne sono scocciata anch’io di queste continue invocazioni; si sa che qualcosa degli Oasis la suonerà prima o poi durante la serata, era ed è lui The Chief. E dopo 7 pezzi, fra inclusi nell’album e b-sides, arriva la prima parentesi del passato: Noel imbraccia la chitarra acustica, le luci si concentrano solo su di lui e sul piano, e parte una “Supersonic” da brividi. È impossibile non cantarla con lui. Di seguito rispolvera “D’Yer Wanna Be a Spaceman”, b-side di “Shakermaker” e questa è una perla rara da tenersi stretta, dimostrazione che lui può tutto. Noel riprende con il suo lavoro solista, arrivando a suonare tutto l’album tranne “Stop The Clocks”, alternando il tutto con altri due pezzi storici dell’era Oasis, anch’essi b-sides, “Talk Tonight” e “Half The World Away”. E chi conosce già queste canzoni, sa benissimo che le b-sides degli Oasis spesso erano uguali o anche meglio di ciò che entrava negli album.. altro che b-sides. Il live si conclude con un tuffo completamente nel passato: “Whatever”, “Little By Little”, “Don’t Look Back In Anger”. Le emozioni e la malinconia si mescolano e non nego che mi son venuti gli occhi lucidi mentre cantavo con il groppo in gola. Il sipario si chiude e io torno a casa felice di aver visto il mio fratello Gallagher preferito da solo, così come desideravo, soddisfatta di come rende dal vivo il suo omonimo album, emozionata da quei lampi del passato che mi ha regalato e con la voglia di rivederlo ancora.

 

 

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