Gamma Ray – Recensione: No World Order

Inutile negare che l’uscita di questo disco era attesissima sia dai fedelissimi del power sia da suoi detrattori, desiderosi di rilanciare la crociata contro ‘I Dischi tutti uguali’ che il genere propone. Quello che emerge dopo un attento ascolto è come i Gamma Ray abbiano aggirato l’ostacolo in modo subdolo: qui non c’è solo una direzione diversa, c’è di più, un’intenzione diversa. La nuova prova di Hansen e soci si distanzia si dal power in doppia cassa, ma non per andare chissà dove, piuttosto per riavvicinarsi al classico heavy degli anni ottanta, tanto che parlare di tributo ai Judas Priest sembra quasi eufemistico. Nell’ordine: ‘The Heart Of The Unicorn’ rassomiglia in modo imbarazzante a ‘Metal Meltdown’, ‘New World Order’ gira dalle parti di ‘Killing Machine’, ‘Solid’ sopravvive grazie al polmone artificiale del riff di ‘Rapid Fire’ e ‘Eagle’ lascia perplessi quando sul bridge si riesce a canticchiare ‘He is the painkiller…’. Ed anche i brani che non scadono nella citazione evidente mostrano un’attitudine assolutamente fedele a schemi classici, tanto classici da avere le radici ben piantate in era pre-Helloween, pre speed tedesco e pre sinfonie varie. In più di un’occasione lo stesso Hansen si lancia in una spudorata imitazione del puro screaming halfordiano, con risultati comunque più che apprezzabili. Probabilmente questo è il disco che il buon Kai ha sempre voluto confezionare: un omaggio alle sue radici, ai suoi idoli, che con buona pace sono pure i nostri. Visto in questa ottica ‘No World Order’ si lascia ascoltare con piacere, ma il vero problema è un altro, anzi sono due. In primo luogo, una band del peso dei Gamma Ray non si può accontentare solo di questo, deve dare di più, ne ha il dovere morale. Secondariamente, con tutta probabilità il metallaro medio ancora una volta si adeguerà, tributando al gruppo un’ovazione che invece andrebbe indirizzata alla storia della nostra musica, di cui, per quanto riuscito, gli attuali Gamma Ray rappresentano solo un lacunoso compendio. Per ovvi motivi di appetibilità alcuni brani sfuggono a questa logica e sono la iniziale ‘Detrhone Tyranny’ (più vicina al power sinfonico moderno) e il terribile singolo ‘Heaven Or Hell’ che, nonostante i paragoni chiamati a più riprese, non fa neanche il solletico alla mitica ‘I Want Out’. In questa situazione cristallina resta aperto un solo grande interrogativa: perché non chiamare il disco ‘British Steel’, metterci dieci cover di brani classici più un paio di inediti e tagliare corto?

Voto recensore
5
Etichetta: Metal Is / edel

Anno: 2001

Tracklist:

Induction / Dethrone Tyranny / The Heart Of The Unicorn / Heaven Or Hell / New World Order / Damn The Machine / Solid / Fire Below / Follow Me / Eagle / Lake Of Tears


riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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