No Man Eyes – Recensione: Harness The Sun

Come recita la loro stessa bio, che magari tutte le band fossero così chiare e fattuali quando si raccontano, i No Man Eyes nascono in territorio genovese nel 2011 da ex membri dei Graveyard Ghost. Dopo alcuni cambi di line-up viene raggiunta una formazione stabile, che pubblica nel 2013 il debut album ‘Hollow Man’ per la danese Mighty Music e successivamente ‘Cosmogony’ nel 2016, questa volta tramite Diamonds Prod. Records. Quello che abbiamo tra le mani è dunque il terzo lavoro del quartetto italiano, che nel tempo ha saputo recepire al suo interno influenze che spaziano dal death al prog, passando per heavy e power: una banda dall’approccio poliedrico che con “Harness the Sun” ci presenta un concept album di ambientazione fantascientifica incentrato sulle vicende di uno scienziato e l’androide che egli stesso ha costruito, in viaggio verso il Sole per imbrigliarne l’energia allo scopo di soddisfare il fabbisogno energetico della Terra. Prodotto dal chitarrista e co-fondatore Andrew Spane nel suo Dead Tree Studio, l’album si apre con un’intro intitolata “The Altar Of Science” che, grazie soprattutto ai suoi passaggi tastieristici, introduce perfettamente alle atmosfere spaziali che ritroveremo lungo tutta la narrazione. E’ però con la successiva “Craving Tomorrow” che i No Man Eyes cominciano a fare sul serio, con un brano di stampo heavy/prog di buon impatto. Se soprassediamo su una produzione un po’ piatta che forse non valorizza pienamente la classe dei genovesi, la varietà degli spunti esibiti in poco meno di quattro minuti è notevole: la buona prova di Fabio Carmotti alla voce accompagna un lavoro che vede le chitarre sugli scudi, costantemente impegnate da ritmiche ed assoli, con il tutto ulteriormente impreziosito da stacchi e cambi di tempo in grado di dare al brano quel di più che, quando dosato con gusto, certamente non guasta.

Che “Harness The Sun” sia un disco capace anche di sensibilità e misura lo testimonia anche la successiva “Isaac”, traccia semi-acustica che esalta la buona espressività del frontman in un dialogo continuo con le tastiere, prima che il tutto confluisca in una seconda parte dove però il contrasto tra il cantato melodico e gli arrangiamenti heavy delle sei corde non sembra risolto con convincente eleganza e sufficiente cura del dettaglio. La terza uscita dei No Man Eyes, proseguendo nell’ascolto, si rivela un lavoro interessante per la ricchezza degli spunti che esso mette sul piatto, proponendo una notevole varietà stilistica alla quale, purtroppo, non segue una altrettanto valida opera di cesello: ad alcuni momenti più spontaneamente melodici fanno infatti da contrappunto passaggi che sembrano forzati, incisi più per affermare la propria duttilità che non con il preciso scopo di mettere su disco qualcosa di appagante per l’ascoltatore. Il fatto poi che le melodie non siano mai particolarmente efficaci, nemmeno in occasione della title-track, rende questo equilibrio ancora più precario, con una moltitudine di idee che attiene più al concetto di strafare che non a quello di perseguire una visione convinta, pronta ad essere tradotta in note.

A “Harness The Sun” non mancano certamente passaggi di buona atmosfera ed intensità: “I Am Alive” è un brano caratterizzato da un’introduzione raffinata, i duetti con Silvia Criscenzo (“Will You Rise”, “Son Of Man”) portano un prezioso pizzico di calore e “Viracocha” presenta un notevole assolo di tastiera ad opera dell’ospite Gabriele “Gabriels” Crisafulli, ma per la verità nessuno dei quattro brani citati esce indenne dalla mancanza di rifinitura che si finisce con l’imputare al prodotto, nel suo complesso. Ed in quadro così fortemente instabile, anche l’opera dei singoli non viene valorizzata come potrebbe: il cantato di Carmotti suona a tratti un po’ abbandonato a se stesso (“My Greatest Fear” raggiunge il punto più basso), il lavoro alle sei corde è tecnicamente notevole ma a tratti avulso dal mood generale della canzone ed il solidissimo drumming della new entry Tony Anzaldi è forse tra le vittime principali di uno stile che ancora non ha deciso verso quale direzione puntare.

I dischi che osano, che ricercano, ed in particolare quelli dal carattere sfidante come quello esibito da una band con il chiaro intento di offrire “meno tecnicismi e più desiderio di emozionare”, riceveranno sempre un plauso ed un incoraggiamento su queste pagine, indipendentemente dalla loro provenienza (anche se ogni contributo all’evoluzione della scena italiana è sempre registrato con favore) e dalla loro completa riuscita. Allo stesso tempo, però, è necessario evidenziare quando quest’opera di ricerca si tramuta in un prodotto ispirato, fluido, quadrato… e quando invece le migliori intenzioni si traducono in qualcosa di non completamente maturo, rotondo e coerente. E, se c’è un pregio da riconoscere a “Harness The Sun”, questo è quello di dimostrare con le sue evoluzioni come i No Man Eyes posseggano tutti gli strumenti per passare – speriamo prima possibile – da una sponda all’altra dello spettro.

Etichetta: Nadir Music

Anno: 2023

Tracklist: 01. The Altar of Science 02. Craving Tomorrow 03. Isaac 04. Harness the Sun 05. I Am Alive 06. Viracocha 07. Will You Rise 08. My Greatest Fear 09. Son of Man 10. When Life Goes Away
Sito Web: facebook.com/NoManEyes

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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