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Night Laser – Recensione: Rats In The Cradle

L’uscita di un quinto album in studio rappresenta da sempre un bivio fondamentale per la carriera di qualsiasi band: da un lato c’è la tentazione rassicurante di adagiarsi sulle certezze acquisite e su una formula collaudata, dall’altro la volontà di mettere tutto in discussione per stravolgere le regole del gioco. Con Rats In The Cradle, in arrivo il 25 settembre 2026 sotto l’egida di Steamhammer/SPV nei formati CD, doppio vinile e digitale, i Night Laser sembrano scegliere con totale decisione la strada del rinnovamento radicale. Per comprendere appieno la portata di questo traguardo è tuttavia utile fare un breve passo indietro e ripercorrere le tappe salienti di una delle realtà più appassionate del panorama hard rock ed heavy metal tedesco contemporaneo. Nati ad Amburgo intorno al 2010 per iniziativa dei fratelli Benno e Rob Hankers, i Night Laser hanno costruito negli anni una solida reputazione internazionale a fior di concerti ad altissimo voltaggio e chilometri macinati su strada. Il loro percorso discografico ha preso ufficialmente il via nel 2014 con l’album di debutto autoprodotto Fight For The Glory, un lavoro viscerale che ha subito attirato l’attenzione della critica underground. A questo primo passo sono seguite l’evoluzione sonora di Laserhead nel 2017 e la definitiva affermazione con Powertech nel 2020, opera capace di fondere la matrice glam e sleaze delle origini con sferzate di speed e power metal classico. A due anni di distanza dal netto salto di qualità compiuto con il successivo Call Me What You Want (2024) e forti dell’esperienza maturata nei tour europei al fianco di un gigante del calibro di Axel Rudi Pell, i quattro musicisti tedeschi giungono oggi al traguardo del quinto disco, firmando il capitolo della loro piena maturità artistica.

Rats In The Cradle si presenta come un’opera sfrontata, viscerale e priva di filtri, incisa interamente in presa diretta per preservare intatto quell’impatto grezzo e primordiale tipico delle esibizioni dal vivo. La band prende nettamente le distanze dalle produzioni pop patinate e troppo levigate, rivendicando con orgoglio l’estetica di uno sleaze metal puro ma aperto a contaminazioni inedite. Come confermato dagli stessi fratelli Hankers, il gruppo ha deciso di spingere al massimo sull’acceleratore, realizzando il capitolo più sfaccettato, ambizioso e trascinante di tutta la propria discografia. Dal punto di vista della produzione, il disco si avvale del lavoro di Eike Freese, un vero e proprio punto di riferimento del settore già noto per la sua firma su album di Deep Purple, Helloween e Saga. A rifinire l’opera ha contribuito anche Dirk Schlächter dei Gamma Ray, prezioso supervisore nella delicata fase di pre-produzione. Questa sinergia tecnica valorizza al meglio una scrittura fortemente collaborativa: Benno e Rob Hankers, affiancati dal chitarrista Felipe Zapata Martinez e dal batterista Ingemar Oswald, hanno infatti impresso la propria impronta su ciascuna delle undici tracce in scaletta. Il risultato finale è un album che travalica le etichette di genere: pur conservando la classica attitudine anni ’80 e il suono ruggente dei sistemi valvolari spinti al limite, la proposta dei Night Laser si arricchisce di marcate venature blues, irresistibili trame funk e improvvise incursioni nell’heavy e nel thrash metal più tirato. L’impatto iniziale del disco è affidato alla sequenza d’apertura composta da “S.T.F.U.” e “Make You Mine”, due tracce che chiariscono immediatamente le intenzioni della band puntando su tempi serrati, chitarre taglienti e un’immediata presa melodica ideata su misura per la dimensione live.

Proseguendo nell’ascolto, la struttura del lavoro rivela una notevole varietà stilistica, impreziosita dalla presenza di numerosi ospiti di rilievo del panorama internazionale. Nel primo singolo “Heart Of The Desert Rose” — una vibrante ballad blues-rock incentrata sulla determinazione e la dignità femminile — l’interpretazione di Benno viene affiancata dalla voce profonda di Johnny Gioeli (Hardline, Axel Rudi Pell), dando vita a un duetto di grande intensità emotiva. Il brano successivo, “Defenders”, si sviluppa invece come un vero e proprio inno power metal dedicato ai valori della fratellanza e della condivisione, reso ancora più imponente dal contributo vocale di Sebastian Zierof (nota voce del programma The Voice of Germany). Con la successiva “19CR490” la band sfoggia una cadenza funk serrata e aggressiva, pensata per sferzare chi abusa del proprio potere, mentre il celebre chitarrista e produttore Sascha Paeth (Avantasia) regala ricami solistici di grande classe sul brano “Blueberry Gin”.

L’anima più pesante e thrash del gruppo affiora invece con vigore nella traccia “Get Out”, caratterizzata dal lavoro di chitarra di Lars Rettkowitz dei Freedom Call. L’affresco sonoro dell’album viene arricchito anche dall’apporto di Corvin Bahn (collaboratore di Gamma Ray e Lord Of The Lost) alle tastiere, il cui tocco definisce le atmosfere della cupa title track “Rats In The Cradle”. Questo brano, scelto come focus track al momento del lancio, si distingue per i suoi riff monolitici e per un testo incentrato su tematiche storiche oscure, legate alle tragiche attività del criminale di guerra giapponese Shirō Ishii. Tra la sperimentazione di questi episodi centrali e un finale affidato alle avvolgenti trame melodiche di “Goddess Of The Sky” e “You And Me”, l’album riesce a mantenere costante la tensione drammatica senza mostrare il minimo calo di tono.

La tenuta ritmica del disco è garantita dall’intesa d’acciaio tra il basso di Rob Hankers e la batteria di Ingemar Oswald, un’ossatura impeccabile su cui si innestano gli assoli sempre efficaci e mai prolissi di Felipe Zapata Martinez. La prova vocale di Benno Hankers si conferma infine il vero elemento catalizzatore dell’intero lavoro, grazie a un carisma straripante e a un’estensione sempre al servizio della canzone.

In definitiva, Rats In The Cradle consacra i Night Laser come una realtà matura, capace di evolversi e rischiare senza mai rinnegare le proprie radici hard rock: un lavoro solido, sfaccettato e divertente che troverà la sua definitiva consacrazione sui palchi dei prossimi tour europei. 

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