Night Laser – Recensione: Call Me What You Want

Benchè le loro strade non si fossero ancora incrociate con le affiliate penne di metallus.it, i tedeschi Night Laser non sono propriamente di primo pelo: la band di Amburgo ha infatti debuttato ormai dieci anni fa con “Fight For The Night”, album al quale avrebbero fatto seguito “Laserhead” nel 2017 e “Power To Power” nel 2020, un rispettabile bagaglio di esperienze impreziosito da oltre duecento date in giro per la Germania e l’Europa. Fondati dai fratelli Benno e Robert Hankers (voce e basso, rispettivamente), i Night Laser possono oggi contare su una line-up rinnovata e più che mai coinvolta nel songwriting, e non fanno mistero delle proprie ambizioni, con il lancio di quattro singoli, una produzione affidata all’esigente Dirk Schlächter (Gamma Ray, Ross The Boss) ed il mixing/mastering del nuovo album curato da Eike Freese (Deep Purple, Helloween, Simple Minds). Infine, prima di iniziare l’ascolto delle nuove undici tracce vale la pena menzionare anche la presenza di tre musicisti ospiti (Hanna Kuzior al violoncello, Mei Caramba al violino e Karl Ehbets alle tastiere) e, soprattutto, le tematiche trattate nei testi, con un Benno orgoglioso di sottolineare l’assenza di clichè (“women, cars or parties”) a favore di argomenti più robusti, che spaziano dalle vicende più personali a considerazioni sociali di ampio spettro, pur nel solco dell’energico sleaze che ha caratterizzato il quintetto fin dagli esordi.

Il compito di scaldare gli animi spetta ad una “Bittersweet Dreams” che sceglie di non essere troppo rifinita: la strofa è un po’ sguaiata, la doppia cassa devia verso lidi più propriamente heavy ed al ritornello tocca l’ingrato compito di ricondurre tutto ad un denominatore comune che, forse, in questo primo brano in realtà manca del tutto. Se melodia e coerenza sono in parte sacrificate, l’atteggiamento sembra sufficientemente selvaggio per risultare credibile, con la successiva “Way To The Thrill” che si muove su coordinate simili. Nonostante i testi non raggiungano quel lirismo che la band pareva promettere, le ritmiche sono sufficientemente coinvolgenti, grazie ad una sezione ritmica quadrata e ad un apprezzabile lavoro svolto da Felipe Zapata Martinez e Vincent Hadeler alle chitarre. Dove però anche questa seconda traccia cade sul proverbiale pisello è nelle melodie affidate alla voce, che risentono di almeno un paio di problemi: il primo è legato ad un andamento svogliato che si limita ad assecondare le parti strumentali, il secondo riguarda invece un’interpretazione che – nonostante l’esperta produzione di Schlächter – raramente raggiunge un livello di rifinitura soddisfacente.

Lo stile di Benno è infatti abbastanza acerbo, quasi fosse un’imberbe voce punk (“Laser Train”) prestata all’hard rock, una circostanza che compromette la cantabilità e la riuscita di molte parti che altrimenti sarebbero state più funzionali e coinvolgenti (come nel caso della balladTravelers In Time” ed i suoi insipidissimi e torturati sei minuti). Le cose si sistemano spesso in occasione dei chorus, soprattutto grazie all’inserimento forzato dei cori che sopperiscono alle mancanze tecniche ed espressive evidenziate altrove, ma la sensazione che dal punto di vista della voce si potesse fare di più rimane nel corso di tutti i cinquantadue minuti di esecuzione e nonostante il tentativo di distrarre l’attenzione su elementi di contorno come le parti di tastiera (“Don’t Call Me Hero”) o improbabili deviazioni power (“Law Of The Vulture”, “Fiddler On The Roof”) che, piuttosto che divertire, confondono.

Call Me What You Want” è un disco stancante che, nonostante i dieci anni di carriera e gli altri tre lavori già prodotti in studio, non appare ancora in grado di regalare quell’esperienza definitiva che la sua presentazione avrebbe fatto intuire, se non addirittura pregustare per la convinzione con la quale veniva espressa. Dal punto di vista della composizione i brani scelti come singoli non hanno le potenzialità per svettare sugli altri e conquistare al primo ascolto, perché la sensazione è che alla riuscita generale manchi sempre qualcosa. E non parliamo di piccoli dettagli: alcune tracce evidenziano un vuoto preoccupante di idee e di stile (“Captain Punishment”) che una durata inutilmente estesa, forse allo scopo di compiacere solo i musicisti, non fa altro che amplificare. Che sia stata una questione di ispirazione non pervenuta, o semplicemente di poco tempo a disposizione, non è dato saperlo… ma ciò che è certo è che, nonostante i tanti nomi coinvolti nel progetto, questo disco evidenzia una mancanza di coesione e di intenti che stride pesantemente con la sua aspirazione. Se da un lato si possono notare spunti di buona qualità – come ad esempio gli assoli di chitarra e gli arrangiamenti dei cori, sempre molto efficaci anche in virtù dell’ingrata funzione riparatrice alla quale sono chiamati – dall’altro il carattere “sporco, grezzo e stradaiolo” (Wikipedia) dell’impostazione gli impedisce di andare oltre risultati che caratterizzerebbero più un lavoro d’esordio, che non uno della consacrazione.

Etichetta: Steamhammer / SPV

Anno: 2024

Tracklist: 01. Bittersweet Dreams 02. Way To The Thrill 03. No More Changes 04. Don’t Call Me Hero 05. Law Of The Vulture 06. Laser Train 07. Travelers In Time 08. Captain Punishment 09. Fiddler On The Roof 10. Thin Ice (bonus track) 11. Über-Alman (bonus track)
Sito Web: facebook.com/nightlaserofficial

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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