New York Dolls – Recensione: New York Dolls

Parlare dei New York Dolls vuol dire parlare di una delle band più importanti e influenti di sempre per certi filoni musicali, che senza dubbio non sarebbero stati gli stessi senza questa piccola, immensa band. Le loro origini si possono far iniziare dall’incontro, sul finire degli anni ‘60, fra il chitarrista Sylvain Sylvain (pseudonimo di Sylvain Mizrahi) e il batterista Billy Murcia, ai quali, dopo varie vicissitudini si unirono il chitarrista Johnny Thunders, il bassista Arthur Kane e il cantante David Johansen, tutti provenienti dall’underground newyorchese e già incontrati fra loro in varie band precedenti. Il nome era stato tratto da un negozio dove venivano riparate bambole, il New York Doll Hospital, la musica, fin dall’inizio era un rock’n’roll selvaggio e sguaiato, che guardava ai Rolling Stones, al glam britannico, ma anche alle novità che arrivavano da Detroit (Stooges e MC5) e in generale da tutto il sottobosco musicale della Grande Mela in quegli anni. Adotteranno un’immagine shockante estremizzando l’androgino look glam fatto da trucchi, lustrini, capelli tinti e tacchi vertiginosi, declinandolo in maniera corrotta e viziosa, ben distante dalla raffinatezza decadente di un Bowie o di un Bolan. Iniziano i primi concerti, con un interesse crescente verso di loro, e purtroppo avviene la prima tragedia: Murcia muore a soli 21 anni per annegamento nella vasca da bagno in seguito a eccessi vari. Il sostituto, dopo provini che coinvolgeranno anche Marc Bell (ex Dust e futuro Ramones) e Peter Criss, sarà Jerry Nolan. Ottenuto l’interessamento della Mercury Records, entrano nei Record Plant Studios di NY, con la produzione di Todd Rundgren, per generare l’album che li lancerà nella storia. L’apertura di “Personality Crisis” è un manifesto musicale di importanza eterna, col suo attacco r’n’r deragliato, le urla di Johansen, il ritornello arrogante che arriva subito come una sberla in faccia, gli assoli di Thunders essenziali ma perfetti per il contesto. E che dire del proto punk “Looking For A Kiss” o la provocazione di “Vietnamese Baby” (i Ramones non potevano non averla ascoltata), con la guerra in quel paese in pieno svolgimento! Se “Lonely Planet Boy” è una pausa a tinte glam in tanta furia, “Frankenstein (Orig.)” sembra una versione ancor più allucinata degli Stooges. “Trash” è un brano immediato, dai rimandi sixties, ovviamente in salsa Dolls, e se “Bad Girl” è la “solita” carica di lurido r’n’r, “Subway Train” gioca anch’essa con schemi sixties, pieni di ironia ed energia punk. Arriva l’armonica suonata da Johansen ad accompagnare la stralunata cover di Bo Diddley “Pills”, seguita dai ritmi calypso ( ! ) di “Private World”, che sorreggono un ritornello cafone e sferraglianti interventi chitarristici. In chiusura arriva “Jet Boy”, tirata e trascinante, con un’insolita lunga parte strumentale (per i loro criteri) in coda, contrappuntata dagli interventi vocali di Johansen. Un disco incredibilmente innovativo, dove tecnica e virtuosismi sono totalmente banditi per arrivare all’essenza del r’n’r, dove stanno assieme violenza sonora, provocazione, ironia, atmosfere viziose assieme ad altre divertenti e caciarone.

Il disco avrà ben poco riscontro, con una critica che, in modo miope, li considerava poco più che un clone malriuscito dei Rolling Stones, e con vendite che non riuscivano a decollare. Il successivo “Too Much Too Soon”, del ‘74, era anch’esso un ottimo lavoro, ma non bastò per ottenere il riscontro meritato. L’effetto fu il licenziamento da parte dell’etichetta, che lasciò la band in una fase di sbando, con rimaneggiamenti nella formazione e con Malcom McLaren che per un breve periodo gli fece da manager, suggerendogli un look in rosso con falce e martello, di evidente grande provocazione nell’America di allora. Lo scioglimento definitivo avvenne nel 1977, in un gruppo del tutto allo sbando, complici gli abusi di droga e alcol. I membri rimasti ebbero altre esperienze musicali, la più importante delle quali furono gli Heartbreakers di Thunders e Nolan, che saranno anche i primi della formazione storica a morire, rispettivamente nel ‘91 e nel ‘92. nel 2004 la band con i superstiti e altri musicisti si riunisce e produce tre nuovi dischi, mediamente di buon livello. Negli anni a seguire ci lasceranno anche Kane e Sylvain. La band esiste tutt’ora, guidata da Johansen, col contributo fondamentale di Steve Conte alla chitarra e Sam Yaffa al basso.

Quello che però i New York Dolls hanno significato per musica, immagine e attitudine per un’enorme quantità di loro successori è non facilmente quantificabile: senza di loro non si parlerebbe, perlomeno nei termini attuali, di generi quali il punk, lo street, il primo hair metal, tanto alternative metal anni ‘90, glam punk, scan rock e in generale la scena alternativa (punk e new wave) di New York, con tutto ciò che ne ha conseguito. Insomma, possiamo tranquillamente affermare che senza di loro una band come i Guns N’Roses (per non parlare di Hanoi Rocks e Backyard Babies, solo per dirne alcuni) non potrebbe neppure essere nata. Niente male per una band considerata a suo tempo poco più che degli imitatori di secondo ordine!

Etichetta: Mercury Records

Anno: 1973

Tracklist: 01. Personality Crisis 02. Looking For A Kiss 03. Vietnamese Baby 04. Lonely Planet Boy 05. Frankenstein (Orig.) 06. Trash 07. Bad Girl 08. Subway Train 09. Pills 10. Private World 11. Jet Boy
Sito Web: https://www.facebook.com/nydolls

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