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Neal Morse – Recensione: The Dreamer – Joseph: Part One

Neanche a dirlo, ogni disco va ascoltato con cura ed attenzione, ben consapevoli del lavoro e delle speranze che esso racchiude. Ma quando ti trovi di fronte ad un’opera rock a tema biblico di sedici tracce per oltre un’ora di esecuzione, alla quale hanno collaborato poco meno di venti artisti, tra musicisti ed attori, il compito assume tutto il carattere ed il rigore della missione. Già autore dell’opera “Jesus Christ – The Exorcist”, pubblicata da Frontiers nel 2019, Neal Morse è un cantante compositore e musicista californiano noto per aver co-fondato gli Spock’s Beard (1992) ed i Translatlantic (1999), progetto quest’ultimo che lo ha visto impegnato al fianco di Mike Portnoy, un artista col quale ha formato un fruttuoso sodalizio che ha successivamente portato alla formazione di Yellow Matter Custard, Flying Colors e la Neal Morse Band. “The Dreamer – Joseph: Part One” appartiene però ad uno specifico filone della produzione di Morse, ovvero quella di chiara ispirazione cristiana: una produzione originata nel 2002 all’interno della quale questo album rappresenta l’undicesimo episodio. Grazie al coinvolgimento di musicisti rodati quali i cantanti Ted Leonard (Spock’s Beard, Pattern Seeking Animals), Matt Smith (Theocracy) e Jake Livgren (Proto-kaw, Kansas), senza trascurare il contributo fondamentale di chitarristi quali Steve Morse (Deep Purple, Dixie Dregs) ed Eric Gillette (Neal Morse Band), questo nuovo album si caratterizza innanzitutto per un avvio dalla doppia faccia, con le prime due tracce di durata prolungata e sviluppo più articolato, ed un corpo centrale di otto/nove tracce di estensione spesso inferiore ai tre minuti.

Neal Morse - "Heaven In Charge Of Hell" - Official Music Video

La prima parte è particolarmente densa dal punto di vista strumentale, con chitarre, tastiere, archi e fiati a dividersi la scena: lo spettacolo è maestoso e – anche grazie alla produzione brillante – decisamente epico, quasi a voler contestualizzare la vicenda in uno spazio fatto di energie e tensioni contrapposte. Il contrasto tra i ritmi cadenzati e l’esuberanza degli strumenti coinvolti, che sembrano accendersi come scintille e solcare il cielo di note come sfuggenti meteore, contribuisce in un certo senso al dramma: “Joseph: Part One” non è mai del tutto consolatorio, mai definitivo, ed anche quando i brani sembrano aver trovato la loro forma compiuta, ecco l’imprevedibile a distruggere il castello e creare un nuovo e mortale equilibrio. Certamente l’ingresso del cantato, che avviene in occasione di “Before The World Was”, contribuisce a distendere in parte gli animi, introducendo al racconto con melodie che spiccano per dolcezza e musicalità. La canzone è a tutti gli effetti una ballad che spiega e riconcilia, che ondeggia gentile e talora mesta sui suoi hallelujah, addolcita da cori che si pongono in radicale contrasto con l’effervescenza dell’apertura di “The Dreamer Overture”.

A partire dalla terza traccia, però, il disco cambia decisamente registro e, dopo averci presentato con didascalica chiarezza i suoi due estremi, accompagna l’ascoltatore alla scoperta di luoghi, suoni e situazioni differenti: dagli accordi rinfrescanti di “A Million Miles Away” (che rendono questo disco carico di significato perfetto anche per una calda estate al sapore di Estathè) alle influenze seventies di “Burns Like A Wheel”, passando per la bellezza degli episodi al femminile (“Slave Boy”, “Out Of Sight, Out Of Mind”), tutto sembra unito dal filo rosso del gospel e della condivisione (“Gold Dust City” è parecchio sanguigna), dall’idea dell’accadere e del divenire, celebrando quella trasformazione che il personaggio stesso di Giuseppe rappresenta con il suo “cappotto dai molti colori”. Così come le storie del Vecchio Testamento sanno essere ricche di simbolismi e saggezza pratica, anche gli arrangiamenti di Morse sono un trionfo di ispirazioni e colori (“Liar, Liar”, “Heaven In Charge Of Hell“) che è possibile apprezzare indipendentemente dalla condivisione di una fede, o di un semplice interesse. Una considerazione che riporta alla memoria i gloriosi fasti di una raccolta di cover di rock cristiano che il Brasile ci ha regalato tre mesi fa. La materia del disco è di quella natura così pura ed assoluta che nemmeno il suo titolo e la sua storia possono contenerne l’esplosione generosa e creativa: elegante anche quando coinciso, questo è il classico lavoro che si gusta ancora di più quando ascoltato in vinile, perché l’esperienza che offre possiede quella capacità di comunicare alla pelle ed al derma (“I Will Wait On The Lord”) che solo l’esperienza analogica del soffiare via la polvere ed adagiare il braccio del giradischi possono replicare.

La raccomandazione che questo potrebbe non essere un prodotto adatto a tutti (ma nessuno lo è, in fondo) vale però più qui che in altri casi, soprattutto a causa del fatto che “Joseph: Part One” è un disco che dà il meglio di se stesso, in termini di coerenza d’ascolto e coinvolgimento, solo ed esclusivamente se ascoltato nella sua interezza: le sue canzoni sono perfette soprattutto nel contesto generale, i suoi cambi di registro apprezzabili soprattutto nell’ottica del raffronto, le parti dei diversi cantanti cariche di significato se considerate come parti di un racconto dal quale niente può essere strappato ed astratto. La nuova rock opera di Neal Morse propone un ascolto intelligente e gratificante che, per essere gustato nella sua accessibile interezza, richiede da parte dell’ascoltatore una dedizione prolungata e totale. Sebbene quasi nessuna delle sue tracce possieda l’efficacia ammiccante e svelta del singolo (a parte “Ultraviolet Dreams“, che è veramente cool), ed alcune di esse fungano solo da funzionale raccordo (“Wait On You”), il disco nella sua totalità ha la potenza necessaria per trascendere la comfort zone del semplice ascolto, e lambire i confini più intraprendenti della vera e propria esperienza. Non sempre e non a tutti, quindi, ma a suo modo caldamente consigliato.

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