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Neal Morse – Recensione: The Restoration – Joseph: Part Two

A parlare di semplici “dischi” rischi di fargli un dispetto, o di commettere almeno un’imprecisione, perché quando si parla di Neal Morse, cantante compositore e musicista californiano noto per aver co-fondato gli Spock’s Beard (1992) ed i Translatlantic (1999), la maggior parte della sua produzione assume i connotati di una rock opera dai confini ben più ampi. La produzione di ispirazione cristiana, in particolare, ha preso l’avvio nel 2002 ed ha contemplato al suo interno ben undici episodi, l’ultimo dei quali costituisce la prima parte di un progetto che con l’odierno “The Restoration” trova a distanza di pochi mesi il suo ideale completamento. Caratterizzata come sempre da un imponente sforzo collaborativo, nel quale alla voce di Morse sono stati affiancati la Neal Morse Band ed i talenti di Nick D’Virgilio (Spock’s Beard), Ted Leonard (Spock’s Beard, Pattern Seeking Animals), Matt Smith (Theocracy), Ross Jennings (Haken), Jake Livgren (Proto-Kaw, Kansas) ed Alan Morse (Spock’s Beard), questa nuova opera utilizza la grammatica del progressive e melodic rock per narrare un altro capitolo biblico della vita del patriarca Giuseppe, che dall’ingiusta prigionia lo seguirà fino a divenire il vice del faraone egiziano Sesostri. Articolato su sedici tracce per complessivi settantacinque minuti di esecuzione, il doppio vinile pubblicato da Frontiers si apre sulle note di una “Cosmic Mess” che cosmica lo è anche per l’ampiezza del respiro e la potenza dei suoi cori, sinuosi ed avvolgenti. Stilisticamente siamo su un prog rock senza troppe sorprese, diciamo di fine ‘settanta, improntato alla pulizia dei suoni, ad una dolcezza delle melodie che mi ha in alcune occasioni ricordato gli Eagles (“Freedom Road“) ed all’esaltazione delle parti cantate, prima di ogni altro ulteriore elemento. Carattere questo che ritroveremo più volte nell’arco del disco: a differenza infatti del predecessore, “The Restoration” sembra voler fare maggiore affidamento sulla pura narrazione, forte anche della sua solidità narrativa, lasciando agli interventi strumentali la funzione di elegante contorno.

Neal Morse - "Cosmic Mess" - Official Music Video

Questa strada, imboccata con tutta la sensibilità e l’accortezza che ci si aspetta da un artista tanto capace quanto esperto, esalta la natura cantabile e sorprendentemente accessibile di questo secondo episodio (vedi il coro iniziale di “My Dream” e lo stuzzicante talk box in “I Hate My Brothers”), abbracciando con crescente convinzione anche quella componente melodica che Morse non ha mai inteso nascondere. Nonostante l’importanza degli eventi narrati, che al pubblico orientato a questo tipo di contenuti offriranno un ulteriore elemento di interesse, sono gli sviluppi melodici a prendere il sopravvento (“Reckoning” è un irresistibile tripudio di fiati e di basso), con gli immancabili tappeti di tastiere ad accompagnare cori, assoli e qualche timido spunto elettronico che pare messo lì allo scopo di sdrammatizzare ed attualizzare la sacralità dei contenuti. La produzione particolarmente curata permette di godere di questo imponente spettacolo anche dal punto di vista squisitamente tecnico: il fronte si mantiene sempre ampio e definito (“Dreamer In The Jailhouse”), brillante con l’anima grazie al sostegno aggiuntivo del quale sembrano godere tutte le parti cantate. In questa occasione i passaggi strumentali fungono prevalentemente da raccordo, tessendo una rete di sicurezza sopra la quale sono soprattutto i racconti e le voci a catturare l’attenzione (“The Argument” e “Bring Ben” usano le ugole come fuochi d’artificio): da segnalare sotto questo aspetto anche la cura necessariamente riservata ai testi, nonché un approccio di tipo letterario in grado di utilizzare ogni artificio retorico – narrazione in prima persona, utilizzo del presente storico – per coinvolgere ulteriormente coloro che vorranno dedicare tempo ed attenzione anche a questo aspetto.

The Restoration” si pone, come prevedibile, come il perfetto completamento dell’operazione avviata con “The Dreamer”, offrendo un tipo di intrattenimento in parte differente perché maggiormente incentrato sulla forza delle parole e la narrazione necessaria per tradurre questa forza in musica e movimento. Un secondo capitolo forse meno spettacolare, non sempre denso (“Guilty As Charged” langue e aspetta) e talvolta più squisitamente intimista (“All Hail”) che, proprio in virtù di questa perfetta complementarità, fa capire come l’intera saga di Joseph sia stata concepita – fin dall’inizio – come un potente unicum da apprezzare ancora meglio nella sua gloriosa interezza. Nonostante la materia e la lunghezza complessiva, va ribadito, si tratta di un ascolto che Neal Morse ha la capacità di rendere sempre accattivante (“Make Like A Breeze”, “The Brothers Repent Joseph Revealed“), riuscendo a trattare il sacro con la leggerezza umana e senza colpa del prog più classico e profano. Un’abilità rara che, indipendentemente dai gusti personali, ha l’indubbio merito di rendere ancora più ricco e multiforme questo affascinante intreccio di vite e storie che chiamiamo, grati, musica.

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