Mr. Big: Live report della data di Trezzo sull’Adda

Testo: Alberto Capettini
Foto: Mairo Cinquetti

Quando il nome dice tutto!

Mr. Big sono davvero dei “grandi”, per un motivo molto semplice: nonostante siano sulla cresta dell’onda (stiamo parlando di due album di platino e tre d’oro, mica noccioline) dalla fine degli anni ’80, mantengono un’umiltà ed un attaccamento ai propri fan che è propria solo di chi ha consacrato quasi tutto alla musica ed al piacere di portarla avanti nonostante ostacoli di varia natura siano sempre dietro l’angolo.

Si è saputo infatti qualche mese fa che al batterista Pat Torpey è stato diagnosticato il morbo di Parkinson e ci ha fatto un estremo piacere ritrovarlo ieri sera al Live Club di Trezzo al fianco della sua “famiglia musicale” sul palco, cimentandosi al tamburello, percussioni e cori di fianco al suo sostituto Matt Starr (Ace Frehley); l’emozione del resto della band e del pubblico erano palpabili al suo arrivo sul palco e l’apice del tributo è arrivato sul finire del concerto quando Pat ha impugnato il microfono per lanciarsi in una convinta cover di “Living After Midnight” dei Judas Priest coi vari musicisti a scambiarsi gli strumenti con risultati comunque di altissimo livello (come si vociferava tra il pubblico “cambiando l’ordine degli addendi, il risultato non cambia”).

Tornando all’inizio della serata, purtroppo ci siamo completamente persi l’esibizione di Simone Pirola, che abbiamo intravisto sull’ultimo pezzo in formazione a duo (voce/chitarra e piano) e per il quale non formuliamo nessun tipo di giudizio. Una cosa che comunque balzava all’occhio è un Live Club davvero pieno fino al banco merchandising (e nel piano rialzato) e lo show degli headliner della durata di quasi due ore e mezza non ha che ripagato tale intensa partecipazione.

La setlist è stata un mix di pezzi tratti dal nuovo arrivato “…The Stories We Could Tell” (la recensione) e di classici intramontabili come al solito bilanciati tra tecnica di altissimo livello e melodie che non si possono dimenticare; dobbiamo solo segnalare qualche problema nel livellamento dei suoni, cosa che non era mai capitata negli spettacoli a cui avevamo assistito in precedenza nel locale di Trezzo; il basso è emerso a dovere solo a metà concerto e la chitarra era troppo “stridula” in alcuni passaggi. Sono stati comunque da applausi alcuni momenti come la storica opener “Daddy, Brother, Lover, Little Boy”, gli uptempo “American Beauty”, “Colorado Bulldog”, “The Monster In Me” e “Addicted To That Rush”, e le indimenticabili “Undertow”, “Alive And Kickin’”, “Take Cover”, “Just Take My Heart” e “Wild World”.

Eric Martin ha ormai abbassato notevolmente la sua tonalità ma rivisita le sue linee vocali col mestiere e l’intonazione proprie solo dei grandi vocalist; Paul Gilbert si conferma asso della sei corde sia quando fa emergere la sua vecchia indole “metal” nelle parti ritmiche (vi ricordate i Racer X?) sia quando si lancia in assolo e arpeggi dallo spiccato gusto melodico; Billy Sheehan è il cuore pulsante della band anche se l’immancabile/incredibile assolo di basso tende ad annoiare chi non è un musicista o un feticista della tecnica strumentale.

Detto questo rimane il ricordo di una serata in cui l’emozione e il coinvolgimento (il pubblico italiano riesce sempre a colpire anche musicisti navigati come i Mr. Big) l’hanno fatta da padrone come giusto tributo all’hard rock senza tempo della band di San Francisco.

 

Mairo Cinquetti

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Inguaribile punkettone e amante di tutto ciò che fa tupa-tupa. La mia dimensione ideale è dentro al pit, armato di reflex e pronto a immortalare tutti ciò che va oltre la musica.

alberto.capettini

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Fan di rock pesante non esattamente di primo pelo, segue la scena sotto mentite spoglie (in realtà è un supereroe del sales department) dal lontano 1987; la quotidianità familiare e l’enogastronomia lo distraggono dalla sua dedizione quasi maniacale alla materia metal (dall’AOR al death). È uno dei “vecchi zii” della redazione ma l’entusiasmo rimane assolutamente immutato.

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