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Motorowl – Recensione: Om Generator

Freschi di contratto con la prestigiosa Century Media, i tedeschi Motorowl presentano al pubblico l’album di debutto “Om Generator”. Probabile che l’etichetta non si sia voluta far sfuggire l’occasione di avere nel proprio rooster una nuova band dedita alla rilettura del rock classico, visto anche il successo di questo filone, ma bisogna riconoscere che i cinque talentuosi musicisti propongono una miscela ben più personale.

Il sound che pervade “Om Generator” è di certo influenzato dagli anni’70 e dallo psychedelic rock d’antan, ma il “gufo a motore” possiede una marcia in più, ovvero un approccio molto più heavy rispetto ad alcuni noti colleghi, che di fatto costituisce un elemento caratteristico.

Immaginate un calderone in cui ribollono le atmosfere lisergiche dei Queens Of The Stone Age e degli Spiritual Beggars, aggiungete una dose di Iron Maiden e Dream Theater, miscelate con i Black Sabbath in abbondanza ed ecco a voi i Motorowl. Un po’ confusi? All’inizio anche noi, ma dopo alcuni ascolti questo sound graffiante e con un punta di vintage, finisce per piacere parecchio.

D’altronde una opener orecchiabilissima ma tosta come la titletrack la dice lunga su questo modus operandi, colpendo per il suo sound corposo e variegato, tra desertico stoner, stacchi progressivi e tappeti di organo. La voce acuta e lirica del vocalist Max Hemmann (anche chitarrista) appartiene più a un panorama classic metal che a uno squisitamente doom/stoner, ma nel contesto non stona affatto.

D’altronde il doom, anche quello oscuro e cadenzato che i Sabbath hanno insegnato a tutte le generazioni a venire non manca, come notiamo nella prima parte della suite “The Highest City”, oppure nella sinistra “One And Zero”, che avanza granitica per poi cedere a un hard prog veloce e affilato, concludendosi con un assolo molto heavy. Non scherza nemmeno la conclusiva “Spiritual Healing”, che unisce un groove metallico maideniano a tuffi nella psichedelia più lisergica e ci riserva un finale disturbante a base di riverberi e distorsioni elettroniche.

Devono ancora crescere e aggiustare un po’ il tiro i nostri Motorowl (c’è qualche riempitivo come l’insipida “Beloved Whale” e le parti di voce gutturale ci sembrano del tutto fuori luogo) ma il loro sound già distintivo li fa partire con il piede giusto. Vediamo cosa faranno in futuro.

 

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