Mogwai: Live Report della data di Milano

Certo non è una musica facile da riproporre sul palco quella dei Mogwai. Atmosfere intimistiche e sognanti, minimalismo esecutivo, trame dilatate… si rischia di annoiare il pubblico.

E invece la magia degli album si ricrea tutta sul palco, anche se muta pelle. Il minimalismo e la eccessiva rarefazione dell’ultimo ‘Happy Songs For Happy People’ sono abbandonati in favore di un approccio leggermente più robusto. Si presentano addirittura sul palco con tre chitarre, per un tappeto sonoro vigoroso, ma sempre trascinante e atmosferico. Poi Barry torna alla sua naturale collocazione alle tastiere, e ci sono episodi assolutamente dilatati a sussurrati, ma sapientemente alternati a picchi distorti e psichedelici, a volte in maniera talmente repentina da fare sussultare di sorpresa il pubblico.

È incredibile come molti degli stereotipi del rock siano presenti anche questa sera, pur in un gruppo tanto lontano (post?) dal genere, musicalmente. Come ogni concerto che si rispetti anche questo è la celebrazione di un ego, nella fattispecie quello del chitarrista folletto Stuart Braithwaite. E’ lui al centro del palco, saldamente piantato nella postazione del frontman, con gli altri a fargli da cornice tutto intorno, anche Barry che pure interpreta le poche parti vocali presenti (tutte rigorosamente distorte). E’ Braithwaite che parla con il pubblico (ha il microfono esclusivamente per questo, anche se lo usa molto poco), è lui che accentra su di sé l’attenzione. Che pure è molto meno focalizzata sul palco rispetto a tante altre occasioni, in quanto i Mogwai creano una situazione di deriva interiore, anche dal vivo, che porta molti dei presenti a viaggiare dentro di sé accompagnati dell’incedere ipnotico dei brani; spesso cullati e trasportati dalle atmosfere sognanti, a volte bruscamente riportati alla realtà dalle esplosioni elettriche, sempre totalmente magnetizzati e coinvolti.

Il tutto per poco meno di 40 minuti, dopodiché i cinque lasciano il palco. Per farvi ritorno, e ripetere poi la scena ancora una volta (si parlava di stereotipi del rock…). Alla fine lo spettacolo dura quasi un’ora e mezza, sempre su livelli di intensità notevoli, senza mai cali di tensione o di attenzione, per la completa soddisfazione di tutto il pubblico.

Una piccola nota sui presenti: non credevo che il pubblico di un gruppo così obliquo si presentasse tanto compatto e omogeneo: quasi tutti venticinquenni coi capelli sparati, vestiti quasi in divisa d’ordinanza (maglioncino con zip e toppe sui gomiti, pantaloni con tasconi, converse….), con una omologazione che nemmeno a un concerto del più defender tra i gruppi defender. Che sia ora per tutti di uscire dal ghetto?

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