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Metalitalia.com Festival: Live Report del Day 2 con Watain, Abbath, Asphyx e altri

Dopo aver assistito a diversi festival open air in Europa, è tempo di tornare in Italia per uno degli ultimi appuntamenti estivi (non open air) della stagione. Si parla della seconda giornata del Metalitalia.com Festival, che vedrà esibirsi sul palco del rinnomato Live Club di Trezzo sull’Adda band appartenenti alla scena del metal estremo, per la precisione appartenenti alla scena death e black metal, con un bill davvero colmo di nomi interessanti.

BLASPHEMER

La prima band a salire sul palcoscenico sono i lombardi Blasphemer con il loro death metal crudo. Si nota con piacere che, sebbene siano solo le 14.00 e la giornata del festival sia appena iniziata, il pubblico non manchi, così come la band non manca di esibirsi in una performance massacrante, illuminata dalle luci rosso sangue che avvelenano il palcoscenico. Il muro di suoni è già massiccio e ben mixato, anche se il martellamento del rullante in blast copre qualche passaggio, ma il tutto piace aglì spettatori che mandano chiari consensi d’approvazione al gruppo italiano sul palco, che esegue un’ottimo show d’apertura all’insegna della violenza e della grinta. L’ultimo brano viene annunciato con un simpatico augurio ironico “Buona domenica di nostro signore a tutti” e vedrà verso la fine entrare una ragazza semi nuda sul palcoscenico che versa del liquido rosso simil sangue, dapprima addosso a sé e successivamente accarezzando la faccia del cantante/bassista. Una volta finito il brano, la band esce di scena senza fermarsi più del dovuto sul palco, accompagnata da ringraziamenti e applausi da parte del pubblico che, senza ombra di dubbio, ha apprezzato la performance della vecchia guardia death italiana.

BOLZER

Il Live Club non resta però senza musica per tanto tempo. Infatti, dopo un brevissimo cambio palco ci troviamo a vedere onstage la band svizzera Bölzer, pronta per la propria esibizione, che però dovrà tardare a causa di problemi tecnici sul palco, che costringono il chitarrista/cantante a chiedere aiuto. Nel mentre la sala inizia a riempirsi sempre di più e, quando il concerto ha effettivamente inizio, i nostri ci danno dentro per riuscire a farsi perdonare la piccola delusione derivata dal ritardo non voluto, pestando sui propri strumenti come forsennati. Uno sfondo sempre blu costituisce il setting principale di questo concerto, come se ci fosse una tempesta ad accompagnare i due musicisti sul palco e, sebbene la mancanza degli altri strumenti onstage non sia del tutto indifferente (la band svizzera è formata solo dal chitarrista/cantante e dal batterista), i due non sfigurano e anzi riescono a tenere uno show più che buono cimentandosi tra le proprie release e navigando su onde impetuose senza però cadere nel banale, grazie anche ai rallentamenti che compongono alcuni dei brani e lasciano trapelare una vena doom in questo contesto black/death oriented. Lo spettacolo è accompagnato da ottimi suoni e da una grande performance generale da parte dei nostri sul palco, specialmente dell’unico membro “libero” sullo stage, che non è sembrato voler placare in alcun modo la propria fame. Lo show si conclude quasi troppo velocemente, ma tra i consensi generali del pubblico presente in trepida attesa della prossima band.

NECROPHOBIC

Approfitto del cambio palco per cimentarmi nella ricerca di articoli da collezionismo data la presenza (sia all’interno che all’esterno) di diversi venditori di vinili e cd che, insieme al tavolo dei meet & greet ottimamente gestito e all’area cibo e bevande, completano egregiamente i nobili servizi offerti dal festival. Non mi dilungherò però troppo a parlare di ciò, in quanto i cambi di palco non prenderanno mai più di mezz’ora per band, dunque dopo aver fatto qualche acquisto torno all’interno del Live Club per l’inizio dello show degli svedesi Necrophobic, che non mancheranno di portare al pubblico italiano del sano death/black stoccolmese. I nostri entrano sul palco e in men che non si dica ci si ritrova subito in un vortice musicale cupo e tagliente che sferraglia contro i fan sottostanti. La differenza di tenuta del palco rispetto alle due band che hanno precedentemente suonato sullo stesso palco è abissale, i Necrophobic sono una vera macchina e riescono a intrattenere i presenti senza troppa difficoltà, merito sia dei giochi di luci (che vanno spesso a richiamare gli album in esecuzione), sia della grande connessione che riescono a stabilire fin da subito con i un pubblico già in completa estasi dai primi minuti. I nostri non smetteranno di richiamare i presenti per tutta la durata dello show, facendo sentire i molti fan al centro della scena mentre continua a propagarsi il verbo degli svedesi composto da aggressività e cupe melodie. I suoni sono ben definiti, il basso frusta le orecchie come fossero pesanti catene di ferro, mentre le chitarre tinte di rabbia completano la potenza di fuoco della band con passaggi oscuri. Lo show sembra volare e solo verso la fine di esso i nostri inizieranno a “placare” in parte la loro grinta, mantenendo però ugualmente un livello scenografico alto e una resa sonora prorompente grazie anche ad una più che buona calibrazione dei volumi, che aiuta di certo a non far annoiare gli spettatori intenti a muoversi nel primo moshpit della serata. La fine dello show dei Necrophobic è accompagnata da numerosi applausi ed è in questo momento che girandomi noto quanto il Live Club si sia riempito durante la loro esecuzione, anche se la quantità di spettatori sotto palco cambierà leggermente in negativo con l’entrata della band successiva, i connazionali Tribulation insieme al loro “Death” Gothic Metal sperimentale.

TRIBULATION

La band entra in scena sotto raggi di luce verde, che illuminano i volti cadaverici dei musicisti ora intenti a eseguire i loro primi brani, provenienti da una scaletta che vedrà come protagonista principale “Where the Gloom Becomes Sound”, ultimo album scritto assieme allo storico chitarrista Johnathan Hùlten che, dopo 16 anni di servizio, ha deciso di proseguire su altri fronti. I tempi rallentano, lasciando ora agli spettatori rimasti dai concerti precedenti una sorta di interludio che spezza il ritmo della serata finora proiettata verso lidi più aggressivi, la musica dei nostri prende solo in parte, qualche canzone più catchy rimane facilmente in testa senza però dare l’idea che la band si trovi nel posto giusto. Lo spettacolo è molto differente dall’ultima volta che vidi la band suonare in Italia in quel del Legend Club (in apertura agli Insomnium), perché allora i chitarristi, pur avendo a disposizione un palco di dimensioni ridotte, si scatenarono con foga senza placarsi nemmeno per un secondo e rischiando più volte di cadere avvolti nei cavi. Sarà magari il cambio del chitarrista, oppure una decisione della band, però resta il fatto che oggi l’approccio sembra essere più semplice e pacato, con i nostri sul palco che tengono il tempo muovendo il piede, alzano ogni tanto qualche sguardo e qualche mano verso il pubblico che, fermo, ascolta in silenzio dando solo alla fine dei vari brani qualche segno di vita. I suoni sono caldi e ben studiati e come su disco non posso che dire ottimi, peccato solo per il mixing, che lascia leggermente sotto il basso del cantante, spesso coperto troppo dalle sei corde presenti sul palco, una delle quali (quella del “nuovo” entrato Joseph Tholl) non smette di dare segnali di feedback, a volte fastidiosi. La band non manca di proporre altri lavori, “The Children Of The Night” troverà il suo spazio in scaletta andando a costituire insieme al già citato ultimo lavoro buona parte di essa, lasciando a “Strange Gateways Beckon” il compito di accompagnare i nostri verso la fine di questa performance.

BATUSHKA

Una band particolare e non per tutti, un po’ come il prossimo gruppo in line up, i Batushka (БАТЮШКА), che dopo un’attenta “ricostruzione” del palco, entrano in scena. A colpire subito l’occhio è la scenografia posta sul palco, composta da candelabri, cupe bandiere e una bara a centro palco, creando un ambiente sinistro che si sposa egregiamente con i costumi di scena della band black metal polacca capitanata da Krzysztof ‘Derph’ Drabikowski. Lo sfondo illuminato da una fioca luce rossa fa intravedere un sinistro paesaggio alle spalle dei molti musicisti ora sul palco, ognuno posizionato a dovere in maniera da non intralciarsi tra loro, ma questo difficilmente potrebbe succedere data anche la natura statica del gruppo che, come da usanza, non prevede grande movimento sul palco scenico. Lo show è una vera e propria celebrazione e anche se alla lunga l’attenzione va via via calando, non mancano momenti dove la curiosità viene riaccesa. Il basso risulta del mixing abbastanza alto, e il muro di suoni non è personalmente il massimo. Inoltre, dato che questo concerto viene spesso spezzato dalla liturgia della band sul palco (accompagnata da momenti meno caotici), non è raro sentire rumore proveniente dalla parte esterna del locale o da qualche spettatore intento a discutere con il vicino. Poco da dire sulla bravura e la tenuta vocale del cantante, che non fatica assolutamente tra un brano e l’altro e si dimostra di essere l’unico vero capitano del progetto Batushka. Senza dire nulla, la band lascia il palco seguita da un silenzio tombale sullo sfondo di numerose corna alzate da parte del pubblico che a differenza di chi sta scrivendo, sembra aver gradito decisamente tanto il concerto proposto dalla band polacca.

ASPHYX

Cambiamo completamente stile musicale quando sul palco, capitanati dal maestro Martin van Drunen, entrano in scena gli Asphyx, una delle death metal band più importanti d’Olanda assieme ai Pestilence (nei quali ricordiamo, militava l’esuberante cantante oggi sul palco). Il soundcheck prolungato fa perdere qualche minuto di concerto ma, come se poco importasse, una volta sistemato il tutto i nostri partono con la loro scaletta senza dare molta importanza alla teatralità dell’entrata in scena. La band sfrutta la propria energia e il proprio talento per eseguire alcuni dei loro brani migliori di sempre come “Last One On Earth“, passando ben poco per “Necroceros”, ultima fatica targata Asphyx, che uscì durante la pandemia (seguito da un concerto di presentazione gratuito in live stream). La band fa spettacolo sopra il palco e sebbene ci siano piccole imperfezioni ogni tanto e la voce del cantante non sia sempre al massimo, la risposta del pubblico è ottima. Senza timore non si ferma quella goliardica voglia di muovere la testa a gran velocità, mentre qualcuno prende con coraggio la propria posizione in un pit che via via si allarga sempre di più tra i sorrisi dei musicisti sul palco che, con grande umiltà, fanno sentire ai presenti la loro voglia di divertirsi assieme ad essi, come ha provato in qualche modo a spiegare il cantante olandese, con parole derivate forse anche da qualche birra di troppo che, tra un inglese non sempre comprensibile e qualche “mille grazie” di troppo, rendono la sua connessione con chi sta al di sotto del palco unica. “Se non conoscete questa canzone, non sapete cosa sono gli Asphyx“, e parte “The Rack“. I nostri concludono il set con vari ringraziamenti e tanta umiltà, presentandosi tra i vari fan solo qualche minuto più tardi, prima dell’inizio del penultimo concerto della serata, quello dell’ex leader della mastodontica Black Metal band Immortal, Abbath.

ABBATH

Gli Abbath entrano in scena senza troppi fronzoli, il batterista apre la strada agli altri componenti che fanno il proprio ingresso sullo stage mentre è già partita l’esecuzione di “Winterbane“, proveniente dal selftitled “Abbath“. Tanti sono i fan del musicista norvegese sotto al palco, come non è difficile notare delle “vecchie guardie” con addosso le proprie T-shirt vintage degli Immortal e sicuramente questi non resteranno delusi nel sentire brani dell’ex gruppo del cantante come “In My Kingdom Cold” o “Beyond the North Waves“. Il palco presenta una scenografia abbastanza minimal, se non fosse per la scritta di non esili forme “Abbath” a centro palco che garantisce uno sfondo possente ma elegante, mentre le luci fanno rimbalzare i colori su di essa. I suoni sono un po’ confusi, ma non rendono comunque impossibile la corretta ricezione e l’apprezzamento dei vari brani proposti che, grazie anche a una formazione di gran livello, vengono eseguiti egregiamente. I nostri, guidati dal capitano Abbath, renderanno i fan partecipi di un evento spettacolare e per questo rendiamo grazie anche al frontman in persona, in forma smagliante in quel del Live Club, sfatando ogni dubbio su un’eventuale performance catastrofica come già successo in passato. Il cantante non manca di mostrare al pubblico alcune delle sue doti migliori, come l’ottima padronanza del palco e la più che soddisfacente performance esecutiva, senza tralasciarre alcune delle sue “pose” più iconiche che caricano i presenti sebbene egli eviti per gran parte della serata il contatto con il pubblico, ma questo sarebbe servito a poco più dato che i presenti sembrano già incantati. “Withstand The Fall Of Time” (Immortal) chiude questo maestoso show degli Abbath con dieci minuti d’anticipo, ma per quello che abbiamo visto va bene così, perchè nulla poteva andare meglio e poche erano le speranze di vedere il cantante norvegese in una forma così smagliante.

WATAIN

Potrebbe finire anche qua, se non fosse che lo stage chiama a sè un’ultima band e non si parla ovviamente di un nome piccolo. Su di un palco bellamente ornamentato per questa preghiera finale entrano in scena per l’ultima fatica i Watain, seguiti dal loro diabolico omaggio all’anticristo e sono subito tenerbre avvolte dalla violenta musica che i nostri portano sul palco. Quest’oggi in scaletta regnerà su tutti l’ultimo lavoro in studio dei nostri, “The Agony And Ecstasy Of Watain“, ed è proprio con esso che la band svedese decide di aprire la scaletta, assieme alla violenta “Ecstasies In Night Infinite“, che fa partire sin da subito il movimento sotto al palco. Lo stile degli svedesi è inconfondibile, ma quello che più piace è la resa live della band che, oltre a essere eccellente sia dal punto di vista della scenografia che dei suoni, è molto coinvolgente sul palco, creando spesso e volentieri contatto con il pubblico ed evitando di restare in posizioni troppo statiche, specialmente per quanto riguarda il cantante Erik Danielsson che, senza troppi scrupoli, si destreggia da una parte altra dello stage caricando i presenti. La scaletta, anche se relativamente breve, non manca di ottimi spunti musicali e di chiari rimandi al passato della band, come per quanto riguarda l’esecuzione di “I Am The Earth” e “Black Salvation“, che ci riportano agli albori del gruppo. A ciò aggiungiamo anche la dedica di “Leper’s Grace” alla band italiana Bulldozer, che si era ritrovata sullo stesso palco la sera precedente, che di sicuro non può che essere gradita dal pubblico tricolore ora intento a muoversi in feroci headbanding. “Malfeitor” segna la chiusura dello show dei nostri che pongono fine al loro caos musicale con due semplici parole “Hail Satan“.

La seconda serata del Metalitalia.com Festival si conclude nel migliore dei modi, grazie a una giornata piena di live di grande spessore e ad un’organizzazione impeccabile, conferma del fatto che realizzare un buon festival di stampo estremo in Italia non è impossibile.

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