Metal Camp 2005: Live Report

Nella splendida cornice silvestre di Tolmino si è svolta la seconda edizione del Metal Camp, evento che si prefigge l’obiettivo di chiamare a raccolta il popolo metal di tutto il centro Europa. E a quanto si è visto almeno in occasione del giorno di apertura, l’obiettivo è stato completamente raggiunto: Slovenia, Croazia, Austria, Germania, Italia e molti altri Stati erano ben rappresentati da fan che si sono mossi al ritmo della musica dall’inizio alla fine della giornata. Un’organizzazione davvero notevole – tenendo conto che si tratta soltanto della seconda edizione – ha fatto sì che tutto si svolgesse come previsto. I prezzi decisamente popolari di merchandise e cibo all’interno del festival hanno fatto il resto, lasciando quasi tutti soddisfatti.

Non che ogni cosa sia stata perfetta: l’esibizione di Malmsteen, in particolare, è stata accolta da un’indifferenza all’inizio inclemente, ma ben presto giustificata da una scaletta costruita a misura dell’ego del chitarrista svedese, che lo ha visto prodursi in assoli senza fine e improntati spesso e volentieri ad un arido tecnicismo.

Prima di Malmsteen, ci avevano pensato i folcloristici In Extremo ad accogliere il grosso del contingente metallico, che si era riversato nella valle attorno alle 18.30, giusto in tempo per essere travolto dall’esibizione dei tedeschi. Una grande forza d’impatto – anche visivo – aveva consentito agli In Extremo di conquistarsi rapidamente la simpatia di un pubblico che aveva presto cominciato a rispondere ad ampi gesti agli sforzi di Das letzte Einhorn, singer e consumato frontman di una band che comunque ha in ogni singolo elemento un valido veicolo di personalità e abilità di musicista.

Giusto il tempo di dare un’occhiata al secondo palco e mettere qualcosa sotto i denti ed era arrivato il momento di Malmsteen. La gente pronta ad acclamarlo era relativamente poca, ma quando partiva ‘Rising Force’ si scaldava non poco, anche grazie ad un Doogie White in ottima forma, che si ripeteva nella successiva ‘Never Die’. A questo punto cominciavano le note dolenti. Con l’eccezione di ‘I Am A Viking’, il resto del concerto vedeva Malmsteen esibirsi in pezzi di bravura tanto difficili quanto noiosi, riscattandosi parzialmente soltanto quando virava verso il blues (peraltro problemi di microfono facevano sì che la sua voce non si sentisse per diversi minuti). Il concerto si chiudeva – senza bis – con ‘You Don’t Remember I’ll Never Forget’, con White ancora sugli scudi, quasi a sottolineare involontariamente quanto sarebbe stata migliore l’esibizione se gli fosse stato concesso più spazio.

Il pubblico si rifaceva sotto numeroso in attesa degli Hammerfall, che non deludevano le attese: uno show monolitico, il loro, a tratti un po’ ripetitivo ma di sicura presa, come constatabile dalla partecipazione della gente. La loro attitudine genuinamente old style ed i cori ad effetto catturavano rapidamente l’attenzione di tutti, finendo per generare un’ora e un quarto di grande energia, con i picchi rappresentati da ‘Hammerfall’ e dai bis di ‘Blood Bound’ e ‘Hearts On Fire’. La presenza scenica di Joacim Cans era moltiplicata dalla gran personalità dimostrata anche dagli altri membri della band, amplificando ancora di più l’impatto del gruppo.

A questo punto il senso di febbrile attesa era palpabile, e non poteva essere altrimenti visto il gruppo chiamato a chiudere la giornata. Degli Slayer è già stato detto tutto e più di tutto, ma Araya e soci invece di sedersi sugli allori continuano a sfornare performance di rabbia e precisione uniche, autentici pugni nello stomaco anche per chi è preparato all’assalto. Il set del Metal Camp veniva aperto da ‘Darkness Of Christ’ e ‘Disciple’, con l’aggressività degli Slayer che veniva visualizzata da un ottimo ed intelligente lavoro in fase di regia: i due schermi ai lati del palco, infatti, mostravano la band che macinava un successo dopo l’altro, ma lo spettacolo era filtrato con immagini di fuoco e distruzione che ben traducevano il messaggio musicale.

Il lato negativo, totalmente indipendente dalla band, ma piuttosto impressionante a tratti, si leggeva negli occhi di alcuni fan chiaramente ben poco consapevoli del cinismo e dell’intelligente e lucida critica che rendono uniche le lyrics degli Slayer. Dispiace dirlo, anche perchè rischia di suonare moralista, ma vedere certe persone che – senza motivo – buttano per terra il primo che passa e sollevano il dito medio a commento rischia di dar ragione a quanti vedono un collegamento diretto tra musica aggressiva e comportamento violento.

Tutto questo avveniva mentre Hanneman e King sparavano i loro riff micidiali, cui per fortuna la grande maggioranza delle persone rispondeva con un energico e sano movimento. Tra gli higlight, cosa piuttosto ovvia data la partecipazione del pubblico, ‘Postmortem’, ‘South Of Heaven’ e ‘Raining Blood’, oltre alla fondamentale chiusura di ‘Angel Of Death’.

Al di là dei dubbi causati dai pochi, quello di Tolmino è stato uno splendido evento musicale, che i presenti non dimenticheranno facilmente: tanto di cappello!

Foto: Marco Angileri

giovanni.barbo

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Appassionato di cinema americano indipendente e narrativa americana postmoderna, tra un film dei fratelli Coen e un libro di D.F.Wallace ama perdersi nelle melodie zuccherose di AOR, pomp rock, WestCoast e dintorni. Con qualche gustosa divagazione.

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