Godflesh – Recensione: Messiah

A volte ci si chiede per quale motivo alcune band si sciolgano, soprattutto se tanti, là fuori, pagheranno i debiti di queste assenze. Fra i nominati in questa categoria, Godflesh gode di ottima posizione. E’ del 1994 ‘Messiah’, un disco quasi clandestino, reperibile solo attraverso mail order e ordini internet. Quattro schegge, qui affiancate dalle rispettive versioni ambient dub per ribadire dei concetti, per alimentare un senso di nostalgia e di perdita, oltre che di perdizione. Un esempio di come si possa suonare industriali ed essere totalmente devoti alla violenza mentale, al mantra agghiacciante delle elaborazioni stuidate a posteriori e mosse dai brani trasfigurati nell’arte del remix, come quei visi della copertina. Un’occasione, insomma, ripescata da un ingiusto mausoleo, da una fabbrica dismessa, di quelle che ami visitare quando nessuno si accorge della tua presenza, rimirando quel che rimane. Ossessivi come sempre, industriali e oltre la soglia di molti “sperimentatori” di oggi, la loro lucida follia tirata a nuovo dalle liquefazioni dei remix. Perfettamente inserita, questa “ristampa” nel logico cammino di Relapse volto alla (ri)proposizione di ciò che è rimasto occultato per i peggiori motivi. Non ultimo, lo sciolgimento di Godflesh, 10 Aprile 2002. La loro reincarnazione si chiama Jesu (strana la sorte, vero?), prossimamente sugli schermi.

Etichetta: Relapse / Self

Anno: 2003

Tracklist: Messiah / Wilderness Of Mirrors / Sungod / Scapegoat / Dub Versions

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