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The Melvins – Recensione: A Walk With Love And Death

Dal ritorno di una band priva di limiti come i Melvins ci possiamo aspettare di tutto. Questa volta Buzz Osborne e Dale Crover decidono di metterci alla prova con un album doppio, il primo nella carriera degli americani, una sorta di esperimento per l’eclettica band che nel frattempo si avvicina al traguardo dei 35 anni di attività. Punti di riferimento per un certo modo di intendere le sonorità stoner/sludge ma anche per il grunge, i Melvins una cosa l’hanno fatta di sicuro: se ne sono sempre fregati di mode e tendenze, caso mai hanno contribuito a crearle.

A ben vedere continuano a fregarsene anche oggi, quando in un mondo musicale vige la regola “del tutto e subito”, loro ci impongono più di 80, non certo facili, minuti di ascolto. Ma questa volta, il passo è un poco più lungo della gamba. “A Walk With Love And Death” lascia subito intuire il dualismo tra le eterne forze dell’amore e della morte e giustifica la divisione dell’album in due capitoli ben distinti, parecchio distanti tra loro.

“Death” è il tipico album dei Melvins del periodo recente, ovvero un ottimo compendio di sonorità sludge, stoner  e psichedelia intese alla loro maniera. Con le dovute eccezioni, il disco contempla numerosi brani dai ritmi lenti e pachidermici, scanditi dalla solita, sardonica voce allucinata del nostro Buzz. Il mood resta oscuro e l’incedere monolitico, in particolare in pezzi sludgy e kyussiani come “Black Heat” e “Euthanasia”, senza dimenticare quel tocco rockeggiante e goliardico che distingue i nostri, ben presente in “What’s Wrong With You” e “Cactus Party”. I soliti Melvins insomma, quelli sardonici e divertenti che negli anni 2010 hanno forse smorzato un po’ l’inventiva ma non certo la capacità di scrivere dei bei pezzi.

E veniamo alle dolenti note: “Love”. Più che un album vero e proprio, il secondo Cd raccoglie i brani composti per la colonna sonora di un cortometraggio indipendente diretto da Jesse Nieminen e più che di canzoni vere e proprie si dovrebbe parlare di un’insieme di “sperimentazioni” dove i nostri lasciano confluire senza soluzione di continuità (ma dai?), suoni noise, distorsioni e campionamenti. Ovviamente non discutiamo sulla scelta operata, tuttavia i brani sono veramente difficili da digerire, causa effetti campionati un po’ elusi dal contesto e la mancanza delle immagini che li avrebbero accompagnati.

Non un brutto disco dunque, semplicemente un’operazione che forse comprende troppe cose e lascia spiazzati. I Melvins dell’album ufficiale continuano a piacere e ad essere quell’ensemble pungente ma a cuor leggero che conosciamo, quelli sperimentali… insomma, no.

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