Mercyful Fate – Recensione: Melissa

30 ottobre 1983. Un giorno che passa alla storia della musica per l’uscita di quello che è stato uno dei dischi fondamentali per il metal in assoluto: “Melissa” dei Mercyful Fate. Sono ormai passati trent’anni da quel momento, ma come avviene per le opere d’arte di più grande livello “Melissa” non è un disco semplicemente legato al suo contesto, ma un lavoro che sfiora la perfezione e che ancora oggi ha tutte le carte in regola per emozionare e conquistare nuovi proseliti.

L’ombra maligna ed estremamente teatrale (poi accentuata ulteriormente da King Diamond nella sua carriera solista) che ammanta canzoni come “Satan’s Fall” e “Into The Coven” è filtrata attraverso la barriera del tempo per diventare influenza immancabile per moltissime delle band che hanno poi caratterizzato la scena musicale dei decenni successivi, ma allo stesso tempo song come “Evil” o “Black Funeral” sono probabilmente l’apice evolutivo dell’intero movimento metallico dei primi anni ottanta.

Nulla nella musica dei Mercyful Fate viene tralasciato e quella sensazione “naif”, che accompagnava molte uscite contemporanee della NWHOBHM, tra le note di questi musicisti danesi (Danimarca, non proprio il centro del mondo metal all’epoca) non era neanche lontanamente presente.

“Evil”, “The Curse Of the Pharaos”, “At The Sound Of The Demon Bell” sono canzoni che masticano il meglio del suono british dominante all’epoca e lo rileggono ad un livello di serietà e maturità tecnica impossibile per tutti, attraverso elaborazioni musicali complesse e un concept lirico spinto ai limiti dell’accettabile per i tempi.

Nei testi dei Mercyful Fate c’è infatti quella identificazione con il “Male” che sarà molla d’ispirazione per molto del movimento black metal, ma a differenza di altri autori seminali come Venom e Bathory i Mercyful Fate riuscivano a dare credibilità al loro impianto drammatico.

Le storie raccontate in queste canzoni, ma anche nell’epica e strumentalmente magistrale “Satan’s Fall” o nella chiusura struggente lasciata alla strega della title track, sono strutturate in modo da lasciar intendere una reale dedizione al concept. Non si trattava infatti di una volgare messa in scena attuata da giovani con il desiderio di provocare e scandalizzare, ma di un vero e proprio costrutto esoterico e dal retrogusto sulfureo che miscelava influenze culturali e storie antiche con un piglio dall’aura genuinamente oscura.

Ovviamente stiamo sempre parlando di un’interpretazione artistica, fortunatamente lontana da certe esaltazioni pericolose e patologiche che avrebbero avuto gravi conseguenze in altri momenti, ma resta il fatto che soprattutto la figura di King Diamond, ammantata di intelligenza e lucida follia, appariva anche pubblicamente legata al suo personaggio, tanto da presentarsi truccato e orgogliosamente satanista ad interviste e trasmissioni televisive.

In qualche modo proprio la presenza dell’istrionico singer ha creato i presupposti per quella unicità che sarà croce e delizia per la band; la sua presenza scenica e il suo stile vocale spettrale e spesso stravolto nel falsetto sono ciò che più colpisce al primo ascolto, ma anche a volte un limite oltre al quale una parte degli ascoltatori non è mai riuscita ad andare.

Peggio per loro, verrebbe da dire, perché musicalmente “Melissa” è un disco che sfugge ancora oggi a catalogazioni frettolose, un’opera che nasce da un gusto raffinato per il classico, ma allo stesso tempo innovativa e soprattutto eclettica. Come ogni gran disco di heavy metal “Melissa” ha infatti dentro di sé un germe di spontaneità e formale “crudezza”, ma l’architettura delle song non è mai banale ed appare anzi studiata nel più fine dettaglio. La coppia di chitarre mostra un affiatamento e uno stile unici, ma anche la base ritmica si muove su dinamiche non comuni e sempre incalzanti. La velocità dello speed metal, il riffing figlio dell’hard degli anni settanta, il doom e il più corposo heavy metal neoclassico si alternano con fluidità e impeccabile maestria, tanto da raggiungere i più elevati livelli di maestosa espressività che il nostro genere possa vantare.

Trent’anni, un lasso di tempo che ha seppellito molte opere, ma che per un disco immortale come “Melissa” vale solo a certificarne la intatta grandezza. Capolavoro.

Etichetta: Roadrunner Records

Anno: 1983

Tracklist:

01. Evil
02. Curse Of The Pharoahs
03. Into The Coven
04. At The Sound Of The Demon Bell
05. Black Funeral
06. Satan's Fall
07. Melissa


Sito Web: http://www.kingdiamondcoven.com/site/

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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  1. HMH

    il capolavoro del re diamante e uno dei capolavori di tutto l’hard and heavy… voto: 10

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