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Megadeth – Recensione: Dystopia

Dopo un disco troppo atipico come “Super Collider” i Megadeth tornano a fare i Megadeth. e la differenza si sente eccome. “Dystopia” ci regala una montagna di riff e assoli fulminanti, come è giusto che sia quando ci sono di mezzo due chitarristi con pochi rivali al mondo come Dave Mustaine e Kiko Loureiro.

Allo stesso tempo, verrebbe da dire di conseguenza, il tono stesso delle composizioni riprende in gran parte il filone più classico, che rimane quello più congeniale alle possibilità vocali di Mustaine, capace si di seguire certe evoluzioni armoniche e melodiche, ma non certo in grado di interpretare song in cui diventa necessario un range non a sua disposizione (assillo che ogni tanto nella storia della band ha prodotto brutture non da poco).

Nonostante la non proprio gran quantità di idee inaspettate nella struttura ritmica o nelle scelte melodiche “Dystopia” ci regala comunque molta varietà nelle singole tracce, quanto basta per non liquidare la tracklist come poco interessante e esageratamente affine a vecchie composizioni,

Di sicuro il trittico iniziale, composto da “The Treat Is Real”, la titletrack e “Fatal Illusion” rimanda, con le debite proporzioni e i tanti anni passati, ai tempi andati del periodo 86-92, con una differenza non da poco: la presenza come contraltare di Mustaine di un chitarrista assolutamente personale come Loureiro.

Come ci si aspetterebbe la partnership produce duelli solistici di gran qualità e l’estrazione più marcatamente classica di Kiko riesce ad aggiungere un gusto meno aspro e più armonico all’insieme. Un taglio che ritroviamo anche nella tipologia della produzione, estremamente pulita e quasi completamente priva di spigoli, meno thrash e aggressiva di quanto magari i fan di vecchia data si aspetterebbero di ascoltare, ma indubbiamente funzionale alla resa di un lavoro che nel suo insieme riesce a farci apprezzare aspetti diversi del songwriting.

Se abbiamo detto delle prime song, già da una canzone come “Death From Within” la presenza di un coro ultra-melodico riporta alla mente un album più recente e assolutamente riuscito come “United Abominations”, mentre con la velenosa “Post American World” possiamo ascoltare una di quei tipici incedere groovy a-la Megadeth che il ghigno di Mustaine interpreta con la consueta asprezza e che si apre alla grande nel bel mezzo del brano con una melodia azzeccata e un paio di assoli davvero riusciti.

La più lunga “Poisonous Shadows” è invece la canzone che maggiormente ci ha intrigato, soprattutto per l’uso, se pur discreto, di un’orchestrazione ed un coro di accompagnamento, capace di miscelarsi con assoluta armonia alla linea principale del brano. Una song dal taglio malinconico che rimane tra quelle più creative di questa tracklist.

Dopo il valido intermezzo strumentale “Conquer Or Die” si torna a picchiare in modo più deciso con “Lying In State”, traccia dall’incedere ancora una volta classico che si basa su un corposo riff portante, sul quale si inseriscono variazioni chitarristiche sempre ficcanti e fibrillazioni ritmiche di buona efficacia.

Con “The Emperor” ci troviamo invece al cospetto di un riff più hard rock oriented, ottimo per accompagnare una song dal taglio molto diretto e dal tipico testo al vetriolo a cui Mustaine ci ha abituato dai tempi di “Liar”. Anche in questa caso impressiona l’abilità di adattamento a stili diversi del duo Mustaine/Loureiro, sempre capaci di imporre la giusta rifinitura ad ogni pezzo. Inusuale, almeno per i Megadeth post anni ottanta, il finale nervoso e punky di “Foreign Policy”, cover dei Fear, song di cui la band da ovviamente una propria interpretazione più speed/thrash oriented, un po’ come fatto con “Anarchy In The U.K.”, all’epoca di “So Far, So Good…”.

Un lavoro che nel suo complesso affascina più per l’abilità dei musicisti e per il gran mestiere messo in mostra che per le innovazioni stilistiche, di fatto praticamente assenti. Probabilmente dopo un lavoro controverso come il citato “Super Collider” Mr. Mustaine ha preferito far ritorno ad un terreno a lui più familiare, senza prendersi troppi rischi. E il buon risultato premia comunque la scelta.

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