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MC5 – Recensione: Kick Out The Jams

La recente scomparsa del chitarrista Wayne Kramer ci impone di parlare della sua creatura, i leggendari MC5. Cosa siano stati e cosa abbiano significato nell’America di fine anni ‘60 è addirittura difficilmente raccontabile, tanto è necessario calarsi nel dinamicissimo clima culturale dell’epoca. Erano gli anni attorno al cruciale 1968, la gioventù dell’epoca non voleva più seguire gli schemi imposti dalla società, e da tutto questo era nato un movimento che, fra mille rivoli e sfaccettature, in modo a volte spontaneo e in altre organizzato, portava avanti idee libertarie influenzate tanto dalla Beat Generation quanto dal Marxismo, ma anche dal movimento hippy, con un’irrefrenabile esigenza di libertà che faceva abbracciare istanze antirazziste, contro la guerra nel Vietnam, a favore dell’uso di droghe e in generale di completa rottura di tutti gli schemi sociali precedenti.

In questo clima, a metà anni ‘60, nascevano in quella Detroit ricca di una fiorentissima scena musicale (Stooges, The Frost, Alice Cooper, gli Amboy Dukes di Ted Nugent ecc.), dall’incontro dei giovanissimi chitarristi Wayne Kramer e Fred “Sonic” Smith gli Mc5 (acronimo di Motor City 5, vista la loro provenienza), destinati, a loro insaputa, a diventare una delle band più importanti e influenti della storia del rock. Completavano la formazione Rob Tyner alla voce, Michael Davis al basso e Dennis Thompson alla batteria. Aderiscono alle White Panther, movimento politico anticapitalista e antirazzista guidato dall’ideologo John Sinclair, che diventerà anche il loro manager. La musica è influenzata dal blues, dal garage, dal R’&’B, dal primo rock’n’roll, ma anche dal free jazz, incanalati da un suono potentissimo e selvaggio, di autentica rottura. Fin dall’inizio la band si contraddistingue per l’incontenibile energia profusa in concerto, qualcosa che non si era mai visto fino ad allora in quelle lande. I ragazzi suonano ovunque (aprendo anche per Cream, Blue Cheer e Big Brother And The Olding Company e avendo talvolta problemi con la polizia), si fanno notare con i loro concerti devastanti, e arrivano al contratto discografico per la label Elektra. Il frutto di tutto ciò sarà uno dei dischi di debutto più importanti di sempre, “Kick Out The Jams”, pubblicato nel febbraio 1969. Registrato nei concerti di Halloween del ‘68 alla Grande Ballroom di Detroit, è un live dall’impatto pazzesco. L’attacco di “Rambiln’ Rose”, cover di Jerry Lee Lewis cantata con un falsetto quasi sgraziato da Kramer diventa un boogie deragliato, in cui la band dà tutto fin dall’inizio. Ma l’iniziale grido “Kick Out The Jams, motherfucker!” (trasformato sulle prime edizioni del disco in un più prudente “brothers and sisters”) che introduce la title track diventa realmente il simbolo di un’epoca, con il suo serratissimo riff schiacciasassi (siamo nel 1968, eh!), il cantato frenetico di Tyner, gli assoli lancinanti e il generale muro sonoro. Brano coverizzato da un sacco di band (dai Blue Oyster Cult ai Rage Against The Machine), è senz’altro uno di quelli chiave per capire il rock. La seguente “Come Toghether” non dà respiro per frenesia e intensità, con un cantato quasi recitato su una base compattissima. “Rocket Reducer No. 62 (Rama Lama Fa Fa Fa)”, dal riff iniziale saccheggiato da un’infinità di band, prosegue con un tiro disumano, un cantato caotico e il violento solismo di Kramer, che sfocia nel coro “Rama Lama Fa Fa Fa” e si chiude con assoli in unisono dei due chitarristi. “Borderline” è al solito tiratissima e caotica, una botta di energia rozza e incredibilmente vitale, e “Motor City Is Burning” stravolge il blues di John Lee Hooker in modo alienato. “I Want You Right Now”, dal riff ispirato a quello di “Wild Thing”, è una stralunata litania elettrica, e la conclusiva “Starship”, con il testo ispirato a una poesia del jazzista Sun Ra, è un esperienza sonora che stravolge la forma canzone in oltre 8 minuti, fra psichedelia, rumorismo, anarchia sonora, viaggi cosmici e ricerca dell’impossibile.

Il disco ebbe un certo riscontro di vendite, e venne accolto in modo contrastante dalla critica, fra chi lo esaltava e chi lo stroncava (fra cui Lester Bangs, che poi si ricredette). I cinque della Motor City pubblicarono altri due ottimi album in studio per la Atlantic, “Back In The USA” del ‘70 e “High Time” del ‘71, per poi sciogliersi fra tensioni ed eccessi. I membri avranno altre esperienze musicali, ma saranno protagonisti di alcune reunion, nel ‘92 per commemorare la morte di Tyner e successivamente, dopo la scomparsa negli anni di Smith e Davies, nel 2018 Kramer radunerà importanti musicisti con una formazione denominata Mc50 per il 50° di “Kick Out The Jams”.

Certo è che “Kick Out The Jams” non rappresenta “solamente” una band simbolo della controcultura di quegli anni, ma è uno di quei dischi che influenzeranno pesantemente un’enorme quantità di musica successiva. Generi quali punk, stoner, scan rock, ma anche tanto metal, e moltissimo altro, non sarebbero esistiti, almeno nelle forme attuali, senza questo caposaldo. È uno dei dischi più importanti della storia del rock, uno spartiacque che segna un prima e un dopo. L’irruenza, l’urgenza di cambiare il mondo, la libertà espressiva, la rabbia, la rivoluzione e l’innovazione contenute in questi solchi rappresenteranno per sempre un simbolo di quella generazione e una possibilità per quelle future. Semplicemente immensi.

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