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Mark Slaughter – Recensione: Halfway There

Se, invece di firmarlo semplicemente con il suo nome, Mark Slaughter avesse ripreso il nome della sua vecchia band (gli Slaughter appunto), nessuno si sarebbe accorto della differenza. Il suo secondo disco solista infatti, che esce a due anni di distanza da “Reflections In A Rearview Mirror“, rispecchia in pieno quello che è da sempre lo stile del musicista di Las Vegas e rimanda ai momenti migliori degli Slaughter che, nonostante siano considerati una band “minore” nel repertorio hair metal, hanno firmato pezzi molto significativi. In questo “Halfway There” si comincia alla grande grazie all’opener “Hey You“, un brano incisivo e dall’ottimo attacco, ben ritmato e con uno di quei ritornelli che ti entrano in testa subito, scanzonato come lo era uno dei successi degli Slaughter, “Up All Night“. Altro tratto distintivo è la voce di Mark Slaughter, che nel corso degli anni non ha perso minimamente il suo smalto e ha mantenuto il suo timbro inalterato, suadente nei brani lenti alla “Fly To The Angels“, come la conclusiva “Not Here“, graffiante e amalgamato alle melodie in quelli più forti come “Devoted“. I brani lenti non mancano (tra questi “Disposable” e la title track), ma in generale sembra che Mark Slaughter abbia più che altro voglia di fare casino e di riproporci melodie allegre, che inducono più allo stare in compagnia che alle riflessioni in solitudine.
L’album scorre via liscio senza intoppi come un meccanismo ben oliato grazie a brani di un hard rock mai eccessivamente ruvido, diverte e non stanca, oltre a presentarci un Mark Slaughter su cui il tempo sembra non avere inciso in alcun modo. Nonostante la musica degli Slaughter abbia vissuto il suo momento di maggior fama a inizio anni ’90, questo disco suona magicamente attuale e, perchè no, potrebbe anche essere un motivo per andare a ripescarsi qualche estratto dalla nutrita discografia della band del suo frontman.

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