MadRook Festival: Live Report e foto dell’edizione 2023

Anche a Brescia si organizzano festival, magari in passato con manifestazioni di livello europeo creati dalle migliori menti in circolazione, questa volta però il tutto viene finalizzato in una location molto bella, quella del castello con veduta sulla città. Palco e organizzazione generale rientrano in quella più grande del “Truck Food Fest”, ma ciò non toglie assolutamente nulla al risultato finale, anzi speriamo diventi il primo di un appuntamento fisso nella città della leonessa. 

HELIKON

I primi a esibirsi sul palco sono gli Helikon, gruppo giovane di Brescia che però c’entrano poco o nulla con il resto del bill proposto. Il loro heavy-thrash metal misto a parecchie spruzzate di epic li rendono un pochino fuori luogo, soprattutto nel momento in cui eseguono una cover dei Megadeth. Tolto ciò, al frontman vanno riconosciuti grande simpatia, gran talento vocale e il fatto di essere capace di trascinare per quanto possibile il pubblico, anche perché, nel momento della loro esibizione, i presenti si contavano sulle dita di due mani. Probabilmente non era la serata adatta a loro. 

ELYNE

In perfetto orario salgono sul palco gli Elyne capitanati da Danny Metal, che avevo già visto al Dissonance 2022 e che rivedo qui in un ambiente più intimo e ristretto. Poco e nulla è cambiato rispetto all’anno scorso, con la solita esibizione di un metalcore ormai anacronistico e con la band piuttosto immobile sul palco. Alcuni riff accendono i primi poghi, ma sono dell’idea che ormai ci voglia qualcosa in più da proporre a ivello musicale. In diversi frangenti sembra di ascoltare gli Of Mice & Men di inizio carriera; quello che sicuramente rende la band appetibile è la nomea che Danny si è creato su YouTube.

STAIN THE CANVAS

Non è semplice esprimere in modo diplomatico le riflessioni che scaturiscono dall’esibizione dei Stain The Canvas, sorta di Falling In Reverse vestiti di viola. Purtroppo ci troviamo di fronte a una delle esibizioni più imbarazzanti a cui abbia mai assistito, ed è stato davvero faticoso arrivare alla fine del live senza abbandonare il campo. Intendiamoci, la band non ha sbagliato niente dal punto di vista esecutivo sul palco, ma il loro genere è ormai troppo desueto e fin troppo semplice per il livello delle altre band presenti al festival. Oltre ad avere un catalogo tanto, troppo, di nicchia, quello che mi ha fatto storcere il naso in modo esagerato è stato l’atteggiamento da “super arrivato” del cantante e i movimenti così goffi sul palco, che hanno portato la band a scontrarsi più volte durante il set. Da dimenticare.

INVERNO

Se non ci fosse Diego Cavallotti alla chitarra (Lacuna Coil), probabilmente gli Inverno non avrebbero suonato prima dei Born Of Osiris. Ma il momento delle decisioni irrevocabili è passato, quindi addentriamoci a capofitto in questo nuovo progetto con all’attivo due EP usciti proprio pochi giorni prima del concerto. La loro proposta è un ottimo mix di Scar Simmetry e Heart Of A Coward suonato bene e con il giusto impatto, infatti con loro l’impianto audio aumenta finalmente di volume, il che contribuisce a donare la giusta atmosfera alla serata. Le persone sotto palco sono tante, come anche poghi e circle pit, ma la cosa strana è il bilanciamento dei suoni, caratterizzato da un cambiamento drastico tra godersi il concerto leggermente indietro (con una quantità esagerata di bassi) e goderselo poco avanti il mix, riuscendo ad avere un buonissimo spettro sonoro, risultato alquanto singolare. La loro scaletta prevede tutti i singoli usciti con tanto di video ufficiale, per cui ascoltiamo “Martyrs”, “Lands” e “Hollow”; dal punto di vista vocale, ci rendiamo conto che in più occasioni l volume della voce del frontman Simone, nell’allontanare il microfono dalla bocca, non cala come dovrebbe. Il che può significare solo una cosa, ovvero l’utilizzo delle basi nei momenti puliti. Lo perdoniamo? Ma sì, anche perché lui ha cantato effettivamente, forse il volume delle basi vocali era leggermente troppo alto, tanto da essere udibile. Di sicuro, tra tutti i gruppi spalla, gli Inverno sono quelli che hanno suonato meglio e che soprattutto avevano una buona fetta di pubblico presenti anche per loro, che li ha seguiti canzone dopo canzone.

BORN OF OSIRIS


Dopo un’attesa lunga sette anni, finalmente torna una delle band capostipiti del cosiddetto djent, forti dell’ultimo “Angel Or Alien”, che li ha riportati sulla retta via. Divenuti virali sui social lo scorso anno per una serie infinita di commenti assurdi copia-incolla sui profili di artisti più disparati (probabilmente hanno vinto il premio come band meme del 2022), ero curioso di capire se avrebbero portato sul palco un po’ della loro ignoranza web, ma purtroppo son stati fin troppo diligenti.

Se prima con gli Inverno i volumi si erano alzati, ora sono esagerati ma perfettamente bilanciati, tanto che dalla sinistra del palco si riescono a sentire entrambe le chitarre in modo chiaro e netto, cosa assolutamente da lodare. Il loro benvenuto a Brescia parte con una canzone dal loro primo EP del 2007 “The New Reign“, da cui è tratto il brano “Bow Down”, subito seguita dalla più recente “Poster Child” e da “Divergency“, da “Tomorrow We Die Alive“, che probabilmente è l’album più venduto della loro carriera. La band è assolutamente entusiasta di suonare dentro un castello, e non mancano di ripeterlo praticamente a ogni canzone (anche perché non penso che in Illinois ci siano castelli medievali); questa energia la riversano sul palco portando un’esibizione davvero carica nonostante non ci sia uno stage come quello dell’Hellfest, dove hanno suonato il giorno prima. 

Il concerto prosegue con praticamente tutte le più importanti hit del passato e del presente, suonate in modo impeccabile con una super risposta del pubblico, che con i vari poghi alza una bella polvere sabbiosa, seguita a ruota da Ronnie che incita la folla.  Il tutto si chiude con un tris micidiale: “Abstract Art”, “Open Arms To Damnation” e l’immancabile “Machine” che saluta il pubblico. 

Anche qui però è doveroso notare, come già fatto in passato, la brevità del live: 14 canzoni per un’ora spaccata di musica, ma è davvero finita l’epoca dei concerti da minimo un’ora e mezza?

Setlist:

01- Bow Down

02- Poster Child

03- Divergency

04- White Nile

05- Angel Or Alien

06- Threat Of Your Presence

07- The Other Half Of Me

08- Brace Legs

09- Under The Gun

10- Empires Erased

11- Oathbreaker

12- Abstract Act

13- Open Arms To Damnation

14- Machine

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