Metallus.it

Madder Mortem – Recensione: Old Eyes, New Heart

Provenienti dalla Norvegia, i Madder Mortem sono una formazione che metallus.it ha sempre seguito con un interesse testimoniato dalle recensioni dedicate a cinque dei sette album realizzati dal quintetto con base nella bucolica Nord-Odal. Formati dai fratelli Agnete e BP M. Kirkevaag nel 1993 come band doom metal/gothic metal con il nome “Mystery Tribe”, hanno successivamente cambiato il nome in Madder Mortem e pubblicato infine il primo album nel 1999. Funestati da diversi cambi di formazione, nei quali si potrebbe anche ricomprendere la scomparsa di Jakob Kirkevaag (papà di Agnete e BP, nonché uno dei più grandi sostenitori della band), i Madder Mortem sono autori di una discografia sparsa ma tuttavia qualitativamente consistente, che li ha tenuti vivi nella memoria dei fan ed attivi sui palchi europei al fianco di nomi importanti. A distanza di cinque anni da “Marrow”, album curato nei particolari ed orecchiabile che avevamo entusiasticamente definito un “validissimo tassello di una band che meriterebbe davvero una maggiore visibilità”, la line-up oggi composta da Agnete alla voce, BP ed Anders Langberg alle chitarre, Tormod L. Moseng al basso e Mads Solås alla batteria torna con dieci nuove tracce che parlano di speranza, delusione, radici profonde e possibilità illimitate. “Coming from the dark, we are ghosts” è la nenia posta in apertura dell’ipnotica prima traccia, un brano che proprio nei continui intrecci offerti dalla voce di Agnete e nel cambio di tempo che sopraggiunge nella parte centrale riassume efficacemente il carattere dei Madder Mortem, sempre sospeso tra l’immediatezza delle parti cantate ed una ricerca ritmica che – pur senza stancare – non conosce soste. La formula ricalca e rifinisce ulteriormente quella che nel corso dell’ultima recensione avevamo affiancato a Atrox, The Gathering e Katatonia, senza trascurare un riferimento dotto alla performer statunitense Diamanda Galás.

Madder Mortem - Towers (Official Music Video)

I toni soffusi e senza sorprese di “On Guard” raccontano di una band che, benchè abbia sperimentazione ed eclettismo nelle proprie nordiche corde, non è comunque interessata a sorprendere a prescindere: accostabile a “Why Don’t You Do Right” nell’indimenticabile versione di “Chi Ha Incastrato Roger Rabbit?” (1988), il brano ha il prevalente scopo di creare uno stacco netto con la successiva “Master Tongue”, caratterizzato dal pesante riffing di chitarra e dallo screaming che affiora in occasione del suo ritornello. La volontà di creare una tensione che non sia limitata al singolo episodio, abbracciando invece “Old Eyes, New Heart” nei suoi quarantotto minuti complessivi, conferma l’interesse che il quintetto norvegese continua a coltivare per tutto ciò che si trova in between, ovvero in mezzo ai suoni, nelle attese, ed in quello spazio compreso tra speranza e delusione, vecchi occhi e nuovo cuore, che il titolo del disco e la sua presentazione descrivono con precisione chirurgica ed innata eleganza (“Here And Now”). Il valore di “Old Eyes, New Heart” non sta quindi solo tra le sue composizioni, benchè molte di esse offrano uno spettacolo del tutto convincente – alla Soen – anche quando astratte dal multiforme contesto. Il bello lo si scopre soprattutto soffermandosi sulle differenze tra gli stati d’animo descritti, provando ad immaginare il filo conduttore che tiene unita la tracklist ed i fatti – minuziosamente non descritti – che possono essere intervenuti per passare dall’aggressività di “The Head That Wears The Crown” alla dolcezza materna che la voce di Agnete elargisce nella struggente “Hard Rain”.

Ascoltando i Madder Mortem, e quest’ultimo lavoro in particolare, si ha l’impressione che il quintetto scandinavo raccolga davvero i frutti di una ricerca lunga trent’anni che li ha portati ad esplorare i concetti di contrasto ed ambivalenza nell’ambito di una narrativa complessa, ben oltre i confini del semplice artificio retorico. Agnete ed i suoi quattro compagni di viaggio hanno il dono di tessere una tela, fatta di suoni algidi, altezze vertiginose (“Towers”) ed allusioni, che – come succede con grandi dischi e grandi artisti – lascia all’ascoltatore una parte consistente del lavoro, costringendolo ad unire i puntini alla naturale ricerca di un’immagine più ampia, di un contesto comprensibile e di una storia che abbia senso, relazione. Il bello geniale e nascosto di “Old Eyes, New Heart” è che hai sempre l’impressione di essere ad un passo dalla soluzione, come se l’album ti fornisse gli strumenti per prevedere a quale tipo di cambiamento andrai incontro nella canzone successiva, perché il nostro desiderio di struttura è ancestrale, fisiologico, insopprimibile. Ed il fatto che continueremo a provarci, consolati dagli episodi più cantabili (“Unity”) e tenuti in sottile tensione da quelli più prog e complessi, ha qualcosa di magico che attiene ad autoconservazione, comprensione e sopravvivenza. E, allo stesso tempo, è il risultato ultimo che meglio definisce i Madder Mortem e la loro capacità di giocare con i nostri istinti. “But always with a desire to write a good, honest song”.

Exit mobile version