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Orphaned Land – Recensione: Mabool

“Così fu sterminata ogni creatura esistente sulla faccia del suolo, dagli uomini agli animali domestici, ai rettili e agli uccelli del cielo: essi furono sterminati dalla terra e rimase solo Noè e chi stava con lui nell’arca. Le acque furono poderose sopra la terra centocinquanta giorni.” Genesi 7:23-24.

‘Mabool’ è un concept album. Racconta del Serpente, dell’Aquila e del Leone, che metaforicamente rappresentano le tre religioni monoteistiche, e del loro viaggio per redimere l’umanità. Viaggio che non andrà a buon fine, visto che il diluvio universale (Mabool, appunto) si abbatterà comunque sulla terra.

‘Mabool’ è un disco impressionante quanto a perfezione formale e sconcertante è la facilità con cui i nostri fanno proprio il linguaggio dell’heavy metal (inteso nel senso più ampio) e lo rigenerano, eliminando le barriere, abbattendo nota dopo nota tabù e convenzioni che caratterizzano (in negativo) orami sempre più di frequente questo genere musicale.

‘Mabool’ è estremo nel suo unire musica occidentale a musica mediorientale. E’ estremo nella sua non forma, un approccio decisamente progressivo che non ha paura di sporcarsi con il death metal o con il doom o con il folk orientale o con il nu metal, esasperando il concetto di progressive come miscuglio di tendenze musicali diverse.

‘Mabool’ è un disco dove la tecnica (notevole) della band e composizioni difficili ed articolate non incidono minimamente sulla facilità di ascolto. Un suono incredibilmente stratificato che si mostra ascolto dopo ascolto, dove a far da base all’elettricità c’è sempre un sub-strato etnico (o viceversa).

‘Mabool’ è quello che si definisce un disco riuscito o anche un ottimo disco, a prescindere dallo sforzo produttivo. Poco importa che siano stati utilizzati una trentina di session men per gli strumenti acustici (oud, saz, buzuki, qannun, violini, una decina di percussioni e quant’altro), poco importa che il solo di piano che chiude ‘Norra El Norra’ sia uno dei più bei pezzi di pianoforte ascoltati su un album metal, poco importa che il break strumentale di ‘A Call To Awake’ non avrebbe sfigurato in ‘Metrpolis Part. 2’ dei Dream Theater, poco importa se non abbiamo mai sentito qualcosa di simile prima, poco imoprta se sono passati 8 anni dal precedente lavoro in studio della band, poco importa che venga usato un coro di voci bianche o che si canti in Inglese, in Latino, in Yemenita, in Arabo e in Ebraico. Non ci interessa, perché ogni nota scorre fluida tirandosi dietro la successiva, facendoci venire voglia di ascoltare e riascoltare, senza più curarci di ‘capire il trucco’.

The storm still rages…

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