Lynyrd Skynyrd: Live Report e foto della data di Ferrara

Dopo molti anni di assenza dall’Italia abbiamo finalmente avuto l’occasione di rivedere dal vivo un’autentica leggenda del southern rock (e del rock in generale), nientemeno che i Lynyrd Skynyrd in occasione della rassegna Ferrara Summer Fest. Nel caldo feroce della giornata, anche se fortunatamente la Piazza Ariostea di Ferrara è contornata da alberi, davanti a un pubblico piuttosto numeroso, si sono esibiti nell’ordine la Deborah Bonham Band, Simon McBride e gli headliner Lynyrd Skynyrd. Questo è quanto abbiamo visto e sentito.

DEBORAH BONHAM BAND

Ad aprire le danze è toccato alla Deborah Bonham Band, il gruppo della sorella del leggendario batterista dei Led Zeppelin. Accompagnata da musicisti di tutto rispetto, quali Peter Bullick alla chitarra, Gerard Louis alle tastiere, Ian Rowley al basso e Richard Newman alla batteria (formazione che aveva accompagnato Paul Rodgers nel suo live “Free Spirit” del 2018), Deborah ha eseguito una buona mezz’ora di un repertorio all’insegna dell’hard blues, con alcune intromissioni più melodiche in un paio di ballad. Dal canto suo ha dimostrato un’ottima voce, una vivace presenza scenica e una buona scrittura dei brani, che hanno funzionato a dovere. Brava, simpatica e coadiuvata da una band eccellente, ha avuto un bel riscontro fra i presenti, che stavano riempiendo l’area del concerto, sotto un sole cocente.

 

SIMON McBRIDE

Secondo a salire sul palco il chitarrista irlandese Simon McBride, noto ai più per essere l’attuale chitarrista dei Deep Purple, ma sulla breccia da molti anni, e con una cospicua carriera solista alle spalle, comprensiva di pubblicazione di numerosi dischi. La formazione è un power trio che vede Mc Bride a chitarra e voce, Dave Marks al basso e Marty McClosey alla batteria. Anche in questo caso la base musicale è il buon vecchio rock blues, trattato qui in una chiave più moderna sia a livello di sound che di impostazione generale dei brani. Il repertorio si è basato sia sul suo materiale solista che su alcune cover, quali “The Stealer” dei Free, un medley strumentale fra “Black Night” e “Speed King” della sua attuale band e verso la fine una brillante “Kids Wanna Rock” di Bryan Adams. Dal canto suo McBride si è rilevato un più che discreto cantante e, ovviamente, un chitarrista formidabile, con un gran suono, una lucidità e pulizia esecutive stupefacenti, e non ultimo, quel buon gusto che spesso manca a tanti super virtuosi. Un altro buon live in attesa degli headliner.

 

LYNYRD SKYNYRD

Ed eccoli, introdotti da un video sul maxi schermo alle loro spalle con immagini molto “sudiste” (paludi, alligatori, membri vecchi e nuovi della band e quant’altro), gli attuali protagonisti di una leggenda americana, nientemeno che i Lynyrd Skynyrd.

Solo l’attacco di “Workin’ For MCA” ha procurato al sottoscritto, e di sicuro a una grande quantità di presenti, grandi brividi dall’inizio alla fine, nonostante la temperatura. Eccoli, con il loro grandioso sound, un repertorio di brani leggendari, musicisti a dir poco eccellenti con la piena consapevolezza di ciò che rappresentano. Si è andato avanti con super classici quali “What’s Your Name” e qualcosa di un po’ meno scontato come “You Got That Right”, da “Street Survivors”. Dallo stesso album è arrivata una dilatata versione di “That Smell”, ma ancora grandi brividi sono stati causati da un’esplosiva “Saturday Night Special”. L’unico brano non presente sui dischi del periodo d’oro, ma recuperato nella compilation di vecchi inediti “Skynyrd’s First And… Last” del ’78, è stato “Down South Jukin’”, peraltro eseguito con la carica e l’intensità che una band di questa caratura deve avere. Una grande emozione è arrivata con l’hard blues di “Cry for the Bad Man”, seguito da una potente “The Needle and the Spoon”. In tutto ciò la band, dicevamo, ha viaggiato a meraviglia, con le chitarre del grande (in tutti i sensi) Rick Medlocke, Mark Matejka e Damon Johnson a fare meraviglie, sia nelle parti soliste, che quelle a due voci all’unisono, per non parlare dei numerosi interventi di slide guitar, dove suono, gusto e attitudine hanno fatto la differenza. Johnny Van Zant ha condotto la band con la sua voce di rara espressività, e di fatto è attualmente il membro da più tempo in formazione, non essendoci più alcun fondatore, ma su questo punto ci torniamo. Se il muro sonoro di “Gimmie Back My Bullet” rappresenta sia in studio che, a maggior ragione dal vivo, il lato più hard dei nostri, a riscaldare e far commuovere ci ha pensato un’intensissima “Tuesday’s Gone”, che reputiamo una delle più belle ballad di sempre, interamente dedicata a Gary Rosinghton, l’ultimo membro fondatore a lasciare questo mondo due anni orsono. Durante l’esecuzione del brano, il maxi schermo proiettava immagini di lui in varie fasi della sua vita, sempre on the road con il suo gruppo, ma anche durante la sua vita familiare. Ha colpito il fatto di vederlo poco più che ventenne, e poco dopo, verso l’ultima fase della sua vita, suonare seduto durante le prove. Ma tant’è, sia a livello esecutivo che di sensazioni suscitate, il brano è stato senz’altro uno dei momenti clou del concerto. Ma dopo una cosa del genere, come potevano continuare? Ovviamente suonando l’altra immensa ballad, e autentico manifesto della loro “way of life”, ovvero “Simple Man”, che ha ovviamente suscitato un tripudio fra i presenti. Poi il r’n’r ha avuto il sopravvento con brani straordinari quali “Gimme Three Steps” e la cover di JJ Cale “Call Me The Breeze”, resa celeberrima proprio nella versione degli Skynyrd. Nel frattempo Deborah Bonham e alcuni membri della sua band si sono mischiati fra il pubblico cantando e godendosi il concerto. E dopo poco più di un’ora è arrivata a chiudere il set, annunciata dal titolo (con tanto di bandiera dello stato) sullo schermo “Sweet Home Alabama”, che non ha certo bisogno di presentazioni, con un Matejka particolarmente attivo nel ruolo di solista, perfettamente contrappuntato dal piano di Peter Keys. Un trionfo continuato nell’unico brano proposto come bis, ma che pezzo! Stiamo ovviamente parlando di “Free Bird”, in una grandiosa versione fiume da circa un quarto d’ora (cantata, nella seconda parte, dalla voce registrata di Ronnie Van Zant, del quale venivano anche proiettate immagini), uno dei brani il cui schema è stato ripreso da un po’ tutti i gruppi southern successivi, ma che nella versione suonata dai nostri resta inarrivabile. Fra l’entusiasmo e qualche lacrima dei presenti, dall’inizio lento, con il suo crescendo che sfocia nella ben nota maratona chitarristica, sostenuta fra l’altro dal basso di Keith Cristopher e la batteria di Michael Cartellone in una forma smagliante, ha funzionato tutto a meraviglia, in un finale realmente trionfale.

Il concerto complessivamente non è durato molto, sotto l’ora e mezza, però c’è da dire che è stato di una tale pienezza ed intensità, che la durata non lunghissima non ha influito più di tanto, essendo compensata dalla densità del materiale proposto (non c’è stata praticamente alcuna presentazione), e soprattutto da come è stato proposto.

Certo, la critica che da molti viene mossa agli attuali Lynyrd Skynyrd è quella di essere una sorta di tribute band, pur di lusso. Chi vi scrive li ha visti in concerto altre tre volte a partire dalla data milanese del 1997, e ogni volta successiva mancava purtroppo qualcuno, fino ad arrivare alla data ferrarese dove anche Rossington non era più fra noi. La considerazione è che, morto l’ultimo ribelle dei tempi gloriosi, l’attuale dimensione della band è quella della doverosa celebrazione di un mito. Celebrazione che aveva avuto anche la benedizione dello stesso Rossington, in una sorta di passaggio di consegne. La band attuale è una specie di famiglia, a cui viene passato il testimone agli eredi, pienamente legittimati a farlo dai fondatori, operazione fatta per dare continuità al messaggio musicale e di stile di vita concepito al tempo. E tutto ciò a nostro avviso era pienamente percepibile durante il concerto: non certo una semplice tribute band, ma una nuova incarnazione che sente la responsabilità dell’eredità ricevuta e la porta avanti con grande dignità e fierezza tipicamente sudista.

Un grandissimo concerto, in definitiva, dove la musica ha trionfato in ogni suo aspetto, e che ha suscitato forti emozioni a tutti i presenti.

Setlist:

01. Workin’ for MCA

02. What’s Your Name

03. You Got That Right

04.That Smell

05. Saturday Night Special

06. Down South Jukin’

07. Cry for the Bad Man

08. The Needle and the Spoon

09. Gimme Back My Bullets

10. Tuesday’s Gone

11. Simple Man

12. Gimme Three Steps

13. Call Me the Breeze

14. Sweet Home Alabama

15. Free Bird

anna.minguzzi

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E' mancina e proviene da una famiglia a maggioranza di mancini. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi mai smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va al cinema, canta, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Adora i Dream Theater, anche se a volte ne parla male.

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