Lynch Mob – Recensione: Babylon

Non tutti i dischi di debutto hanno la fortuna di essere premiati con un disco d’oro (almeno venticinquemila copie vendute), ma questa fu la sorte che toccò a “Wicked Sensation”, il primo lavoro pubblicato da George Lynch nel 1989 dopo la sua uscita dai Dokken. La separazione fu imputata a differenze personali e creative tra il chitarrista originario dello stato di Washington e Don Dokken, e diede l’avvio ad un nuovo viaggio che avrebbe visto i Lynch Mob pubblicare ben sette album da quel momento fino al 2017, anno dell’uscita di “The Brotherhood”. Con una line-up che vede la conferma di Jimmy D’anda alla batteria e del bassista Jaron Gulino (Tantric, Heavens Edge) accompagnata dall’ingresso del cantante portoricano Daniel Colòn (Culprit, Fast Taker, Savage Grace), i Lynch Mob sono dunque pronti a tornare con quella miscela di hard rock, classic rock, blues, metal ed improvvisazione che ne ha progressivamente plasmato la personalità lungo quasi trentacinque anni di onorata – e per alcuni sottovaluta – carriera. Quasi a voler stabilire una continuità con l’imponente torre di Babele raffigurata in copertina, “Erase” è un’opener di peso: peso nella ritmica cadenzata ed implacabile, peso nel riffing di chitarra di matrice blues e peso nei testi, esaltati da cori potenti ed echi lontani. Inutile sottolineare l’importanza che, anche in questo caso, rivestono gli assoli di Lynch: tecnici ma senza mai prendere il sopravvento sulla loro funzione melodica, ognuno di essi rappresenta un valore aggiunto (“Fire Master”) che spesso assolve anche al compito di introdurre intermezzi strumentali ed atmosferici.

Gli amanti di questo rock, che celebra senza imbarazzi le sue radici classiche, non gli chiedono certamente di reinventare la ruota, quanto piuttosto di continuare su una linea già tracciata da altri senza però annoiare né risultare insopportabilmente prevedibile. Un compito per nulla facile e che, per la sua riuscita, deve affidarsi alla cura del dettaglio, all’eleganza degli arrangiamenti, alla pulizia dei suoni ed alla priorità da accordare alla bravura dei suoi interpreti. Da questo punto di vista i dischi dei Lynch Mob non hanno mai deluso, grazie ad una produzione sempre accurata che ritroviamo anche in “Babylon”. Certamente ci sono alcune tracce che pagano un prezzo maggiore in termini di debito artistico (“Time After Time”) ma, se valutato nel suo complesso e nel totale dei suoi cinquanta minuti, difficilmente si potranno ignorare la mano ferma che governa questo disco, la scioltezza con la quale è stato suonato e la classe che contraddistingue tanti dei suoi passaggi. Il tutto accompagnato da un’attitudine vibrante (“Caught Up”) che stabilisce un collegamento diretto, autentico, con le migliori espressioni degli anni ottanta. Una parola va spesa anche per la prova del nuovo frontman: Colòn non si perde in acuti o virtuosismi (pur essendo stato accostato altrove ad un certo Rob Halford), preferendo invece regalare una performance alla Myles Kennedy che dà a tutto l’album un ulteriore tocco di freschezza, di alternative e di modernità nonostante l’utilizzo frequente di quei giri di blues (“The Synner”, “Let It Go”) che ormai abbiamo imparato a conoscere.

Se “Babylon” suona così brillante lo si deve anche ad una produzione che, diversamente da alcuni lavori pubblicati in passato, esalta l’espressività delle frequenze medie ed il dettaglio che si nasconde in quelle più alte, pur senza risultare in alcun modo freddo e meccanico. Al contrario, il disco è (anche) un piacevole esercizio di stile nel modo in cui si attesta su un dinamismo maturo e controllato, alla Tesla, nel quale le sue componenti più giovani trovano un perfetto equilibrio con l’esperienza ed il gusto messi in campo dai musicisti più esperti e navigati. Ed è proprio per effetto di questo riuscito bilanciamento che i sessantanove anni di Lynch si riducono ad un insignificante dato anagrafico, ancor meno credibile negli episodi più energici e ritmicamente tirati (“How You Fall”). Al termine degli ascolti alcuni tenderanno a percepire “Babylon” più come una raccolta di ottimi brani che come un album dotato di un filo logico/narrativo: dall’heavy al blues, dal classic all’hard degli anni ottanta, il divertimento che George Lynch e la sua band continuano a trarre dal confrontarsi con generi differenti è semplicemente troppo grande per dedicare tempo ad una visione più piena ed organica (ed infatti gli otto minuti autoriali della title-track non convincono del tutto). Tuttavia, quando le singole parte offrono una qualità così alta, il fatto che il risultato finale non sia superiore alla loro somma non rappresenta un vero problema, né un’occasione in qualche modo mancata: “Babylon”, proprio come la leggendaria costruzione che gli dà il titolo, rappresenta molti differenti linguaggi e proprio nelle differenze individua opportunità, slanci e tensioni vitali che senza le spaccature e le distanze da colmare semplicemente non potrebbero emergere.

Etichetta: Frontiers Music

Anno: 2023

Tracklist: 01. Erase 02. Time After Time 03. Caught Up 04. I’m Ready 05. How You Fall 06. Million Miles Away 07. Let It Go 08. Fire Master 09. The Synner 10. Babylon
Sito Web: facebook.com/LynchMobBand

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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