Lost Circus – Recensione: Lost Circus

Non è che si sappia poi molto di questi americani: se infatti escludiamo che vengono dal Tennessee, che una volta hanno aperto per gli Accept e che i componenti della band sono tutti più o meno dei veterani della scena locale, le informazioni riguardanti i Lost Circus rimangono abbastanza scarse e lacunose. Che non è detto sia un male, dal momento che – ponendosi loro stessi come ascolto ideale per gli amanti di Queensryche, Guns N Roses e Judas Priest – già il compito di reggere il confronto suona abbastanza difficile di per sé, senza bisogno di aggiungere né promettere altro. Con tutta la freschezza di giudizio che questa beata ignoranza porta in dote, diciamo allora che con questo primo album – otto canzoni, per una mezz’oretta appena – il tenebroso quintetto di Nashville (città altrimenti nota per la musica country) fronteggiato dall’imponente Tom Gregory si presenta con “Broken Shadows”, un mid-tempo di costruzione classica nel quale una strofa ritmicamente granitica si scioglie in un ritornello melodico e forse un po’ scarno dal punto di vista degli arrangiamenti. Il fatto che il suono della batteria sia tenuto leggermente in secondo piano non aiuta a fare una prima espressione esplosiva…

Quello che c’è è tutto di buona fattura, comunque: il disco è prodotto bene, i suoni sono puliti (per quanto sbilanciati a favore di voce e chitarra ritmica) ed anche le linee vocali rispondono ai canoni di un hard-rock poco creativo ma realizzato con competenza. I trenta minuti di esecuzione ed un certo meccanicismo che contraddistingue un po’ tutti i brani in scaletta sono primi indicatori di un album che, se da un lato introduce una realtà in grado di confezionare un buon prodotto, dall’altro rivela una mancanza di profondità che facilita fin troppo gli ascolti ed un’immagine che confonde. Sotto il primo aspetto, ci si ritrova a metà dell’album senza che nulla sia davvero accaduto, né balzato all’orecchio per rimanerci: “She’s A Fire” si ascolta con piacere, per esempio, ma assolo e ritmiche sono di una semplicità tale che il taccuino rimane vuoto e gli entusiasmi ne escono immediatamente smorzati. Perché alla fine, e qui andiamo dritti al secondo punto, l’attenzione all’immagine della band (che traspare anche dai colori e dalla composizione dell’immagine in copertina) non trova una diretta trasposizione nella qualità globale dell’ascolto. Basterebbero infatti una manciata di aggettivi come derivativo, scolastico e poco ispirato per definire un lavoro che, a conti fatti, non fa altro che accodarsi al gruppo senza tentare nulla di nuovo né diverso: e se in una dimensione locale da pizza e birra non è per forza di cosa indispensabile reinventare la ruota, per una formazione che aspira a farsi notare sulla scena internazionale i contenuti piatti di “Lost Circus” (l’assolo di “Scream” mi ha annoiato e distratto, invece di entusiasmarmi) non sono il migliore biglietto da visita.

Tra gli aspetti positivi che si possono segnalare rimangono comunque la buonissima prova di Gregory (“Ashes In Rain”), che per fisionomia e timbro mi ha ricordato non poco Peter “Peavy” Wagner, ed una apprezzabile quadratura (“Get Over Me”) che certo non ha portato i Lost Circus a strafare, forse tarpandone anche gli slanci, ma potrà servire per dare un seguito più frizzante – ma ugualmente solido e ben piantato – a questo debutto. La relativa semplicità alla base di questo album, per quanto ben confezionato in tutte le sue singole componenti (“This Place Is Mad” è probabilmente l’episodio più completo ed incisivo), non lo rende un’esperienza da consigliare con grande o contagioso entusiasmo: eliminato ogni (sacrilego) riferimento a Queensryche, Guns N Roses o Judas Priest, ciò che rimane è un’interessante e fortunatamente sintetica prova di fattibilità che dimostra come i Lost Circus, musicisti esperti d’altronde, dispongano delle basi per realizzare – in futuro – qualcosa che sappia caratterizzarsi con maggiore personalità e carattere. Diciamo che con “Lost Circus” il quintetto americano ha più che altro preso le misure con i propri mezzi ed un’ambizione che rimane tutta da dimostrare: un esercizio forse necessario al loro percorso, ma non così interessante al punto da renderne necessario l’ascolto.

Etichetta: FHM Records

Anno: 2023

Tracklist: 01. Broken Shadows 02. Come To Me 03. She's A Fire 04. Ashes In Rain 05. I Just Wish 06. Get Over Me 07. Scream 08. This Place Is Mad
Sito Web: facebook.com/LostCircusUS

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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