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Lords Of Black – Recensione: Mechanics Of Predacity

Protagonisti di una carriera piuttosto consistente, che dal 2014 li ha visti rilasciare cinque album sempre accolti benevolmente da pubblico e critica, i Lords Of Black sono oggi un quartetto che può annoverare tra le sue fila Ronnie Romero alla voce (già con la band dagli inizi al 2019), il fondatore Tony Hernando alla chitarra, Daniel Criado al basso e Johan Nunez, virtuoso batterista di nazionalità belga. Un vero e proprio supergruppo, insomma, nonostante nella presentazione del nuovo “Mechanics Of Predacity” siano piuttosto i contenuti a venire esaltati nei testi preparati da Frontiers, con un’attenzione ai meccanismi della predazione che – variamente e fantasiosamente declinati in tempi moderni – rappresentano un istinto primordiale difficilmente sopprimibile anche in anni e contesti che vorremmo poter definire civilizzati. Ed è proprio attorno all’interessante rapporto tra queste spinte ferali ed il ruolo che “gentilezza, amore ed umanità” rivestono nel contrastarle che si sviluppano le dieci tracce di questo lavoro, la cui ambizione narrativa si può facilmente intuire dalla cura riservata alle sue premesse. Lungo quasi un’ora, “Mechanics Of Predacity” è stato mixato e masterizzato da Roland Grapow (Helloween) e fin dalle sue prime note sembra subito volersi addentrare tra le trame dense delle sue tematiche, con un approccio decostruito e cinematografico che alterna momenti più evocativi – diciamo scenografici – con altri di impatto più heavy e diretto.

Lords of Black - "Let the Nightmare Come" - Official Music Video

L’espressività della quale è dotato Ronnie Romero trova nella produzione dei Lords Of Black uno dei suoi terreni più congeniali: lo stile del racconto è quello caro, ad esempio, ai Kamelot di Roy Khan prima, e Tommy Karevik poi. Una descrizione di intensità crescente che avviene per immagini, quadri ricchi di colore e dettaglio che qui si esprimono nell’esatto misto di tecnica e musicalità che associamo istintivamente al genere progressive power. E sono proprio gli istinti a giocare un ruolo fondamentale in questo nuovo album: complice l’esuberanza della sezione ritmica affidata all’estro di Criado e Nunez, “Mechanics Of Predacity” è un album di approccio prevalentemente fisico, che comunica la propria energia in modo sorprendentemente efficace e diretto: la componente power sembra insomma prevalente rispetto a quella più marcatamente progressive (“Let The Nightmare Come”), con momenti di straordinaria musicalità che si alternano – secondo un meccanismo per la verità non nuovo – a strofe più quadrate e taglienti. Il fatto che la combinazione non si trasformi mai in qualcosa di scontato o completamente prevedibile va a tutto vantaggio della longevità di questo disco, che potremmo definire a tutti gli effetti un “concept” sia per la consistenza dei temi trattati sia per il modo in cui l’ascolto dell’intera opera costituisce un’esperienza superiore alla somma delle sue pur belle parti.

Se le migliori cose dei Queensryche rimangono perfettamente fruibili anche insistendo sul singolo brano, nel caso dei Lords Of Black è invece nel solido insieme, nella visione complessiva e nell’accostamento brillante che si trovano il senso di grandiosità e la forza più travolgente: da questo punto di vista molto merito va anche all’assemblaggio della scaletta, che vede i singoli episodi succedersi con una logica – o semplice sensibilità – che sembra assumere sempre più senso ad ogni ripetuto ascolto. “Mechanics Of Predacity” è un disco fatto di aperture travolgenti (“I Want The Darkness To Stop”) e sussurri ispirati (“Can We Be Heroes Again”), che fonde con notevole equilibrio un’insopprimibile componente tecnica con un’interpretazione appassionata, che potremmo definire “di cuore”. Un terreno che a tratti profuma perfino di Rainbow e Black Sabbath (“Crown Of Thorns”) e nel quale il talento genuino dei suoi esecutori, a cominciare da un Ronnie Romero che nella mia (trascurabile) opinione non ha ancora trovato una sua collocazione definitiva, viene messo nella condizione ideale per interagire, elevarsi ed esprimersi. Il risultato è un disco di ascolto non difficile, a volte piacevolmente down to earth (“Let It Burn” è semplice ed ispirato heavy), ma nemmeno così prevedibile e scontato: un disco che si lascia godere con le orecchie, ma che si gusta ancora di più dedicandogli tempo ed energie alla scoperta delle sue storie, dei suoi solchi e dei suoi incastri. Un disco di anima, preoccupazione e sostanza (“Obsessions Of The Mind”), ancora più godibile nella sontuosa edizione in doppio vinile giallo. Per non lasciare che la sua fisicità elegante si perda tra onde invisibili di zero ed uno.

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