Wacken Open Air: Live Report (6 Agosto)

Il Black Stage viene inaugurato la mattina del 6 agosto dagli Orphanage, una band eclettica e ricercata che sfoggia voce femminile e maschile. I brani sono caratterizzati dalla presenza di parti orientaleggianti molto particolari che rendono la proposta musicale accattivante ma difficile da ascoltare in un contesto come questo. Gli Orphanage vanno assolutamente rivisti in una cornice più contenuta rispetto a quella di un festival. Un altro evidente deficit nell’esibizione della band è legato ai suoni pessimi di questo show, che non rendono giustizia alla perizia dei singoli strumentisti. In molti frangenti sembra impossibile distinguere la voce femminile da quella maschile e le chitarre non sono ben amalgamate con le tastiere.

Un lungo brano strumentale registrato, incentrato su temi cari alla colonna sonora di ‘Conan il Barbaro’, ci introduce, sul True Metal Stage, al concerto dei tedeschi Paragon, autori di una performance di gran spessore. Il chitarrista e compositore principale del gruppo Martin Christian trascina la band in una riproposizione dei brani migliori di una discografia che si fa sempre più “importante” (sei studio album e un mini). Con giusta misura vengono sfornati pezzi più cadenzati come ‘Across The Wastelands’ (che permette all’istrionico cantante Andreas Babuschkin di far cantare tutto il pubblico) ed altri veloci come la title track ‘Law Of The Blade’. Ottima esecuzione anche di brani massicci come ‘Palace Of Sin’ o l’opener ‘The Legacy’, che rompe il ghiaccio e riesce subito a conquistare il pubblico. Unico appunto negativo… il singer fuma dopo l’esecuzione di ‘Law Of The Blade’… non si tratta di un buon esempio per un’ugola atta a proporre power metal, seppur massiccio e quadrato quale quello dei Paragon.

Unica band italiana presente al Wacken 2004… ci arrivano grazie alla meritata vittoria al Battle Of Metal Bands organizzata proprio da Metallus e Metal Hammer. I nostri suonano sul piccolo Wet Stage ma il pubblico è comunque numeroso e partecipa con ardore! I Methedras propongono un thrash metal diretto e coinvolgente. Nonostante il pubblico di casa non conosca i brani la reazione è decisamente positiva. Da ricordare la presenza sul palco di Ricky degli italiani Irriverence come “secondo cantante” durante la cover dei Testament ‘Into The Pit’. Fra i vari pezzi del repertorio del gruppo spicca su tutte la potentissima ‘Time To Die’, canzone letteralmente “trascinata per i capelli” dall’istrionico frontman Claudio. Dopo questa ottima performance il prossimo approdo per la band italiana è senz’altro il ben più blasonato Black Stage. Ottima prova da parte dei doomster inglesi Cathedral, molto ben accolti dal pubblico presente. Lee Dorrian incanta la platea grazie alle note ed alle ritmiche suadenti ed ipnotiche di brani come ‘Hopkins (Witchfindr General)’. I Cathedral pescano dal periodo più rock’,n’roll senza tralasciare gli esordi legati ai lavori più oscuri del gruppo, eseguendo infatti la strascicata e lentissima ‘A Funeral Request’ (tratta dal primo album ‘Forest Of Equilibrium’). Nonostante un sound in parte deludente i nostri continuano sino alla fine a snocciolare ottime prove e non sembrano infastiditi dalla luce fortissima che non risulta di certo la cornice ideale per uno show di questo tipo.

Era nell’aria che anche la mitica Jutta Weinhold, cantante degli Zed Yago e leader anche dei Velvet Viper tornasse alla ribalta con un nuovo progetto (appunto la band Weinhold, con l’album in uscita per la Armageddon intitolato ‘From Heaven Through The World To Hell’). L’esperta singer propone un solido show a base di hard’n’heavy a tratti epico ed a tratti decisamente hard rock, con tanto di spettacolo visivo con la presenza sul palco di due signorine vestite da streghe che preparano un’insana pozione in un calderone… eseguendo un rito tenebroso.

I pezzi scelti dai nostri spaziano in tutta la carriera della nostra singer, che intrattiene al meglio il pubblico un po’ distratto. Il tempo è passato ma Jutta ha ancora delle carte da giocare; purtroppo, però, nell’arco della durata del concerto la frontman “subisce” la lunga lontananza dai palchi e di certo sarà necessario qualche altro show per tornare ad oliare a dovere la performance live.

Sono le prime ore del pomeriggio quando l’intro di ‘Anthems Of Rebellion’ annuncia l’inizio del concerto degli Arch Enemy sul Black Metal Stage. Nonostante l’orario veramente “difficile” (14:45-15:30… praticamente un bagno di sole e di calore ai limiti della sopportabilità umana) un pubblico numerosissimo attende lo show della brava singer Angela Gossow e dei suoi compagni. Il concerto esplode con ‘Silent Wars’, che irrompe sul pubblico con una potenza disumana… decisamente grandioso. Si va avanti con brani presi da tutti gli album della band, da ‘The Immortal’ a ‘We Will Rise’. Unica pecca forse i suoni, che come in molti show del Wacken, non sono sembrati ottimali. Questo particolare è comunque poca cosa di fronte allo spettacolo di sudore ed energia che il gruppo death metal propina con forza disarmante. Menzione particolare per il bassista Sharlee D’angelo, che corre in continuazione come un matto, nonché per il pogo distruttivo scatenatosi sotto il palco.

Il concerto dei Grave Digger è una delle prove migliori (superata forse solo dal concerto di Ronnie James Dio) del Wacken targato 2004. I tedeschi iniziano la propria performance intorno alle 18 sul True Metal Stage (sempre puntuale l’organizzazione con gli orari definiti in scaletta) accolti da un pubblico numeroso e caldissimo. Dopo l’intro viene sparata a mille ‘Reinhgold’, brano e titletrack dell’ultimo lavoro. Poi Chris Boltendahl e soci sfornano canzoni che arrivano da quasi tutta la loro discografia: ‘The Dark Of The Sun’, ‘Excalibur’, ‘Son Of Evil’, ‘The Grave Digger’, ‘Rebellion’ (cantata per intero anche dal pubblico) e per finire l’immancabile ‘Heavy Metal Breakdown’, grandiosa e potente come al solito. Nell’arco di un’ora e un quarto di tempo la band tedesca riesce a far comprendere quale sia il significato di intrattenimento e di heavy metal alla vasta platea che si fa coinvolgere immediatamente dal sound prorompente dei nostri. I suoni escono più che buoni e Manni (ex Rage), il chitarrista, dimostra, con grande soddisfazione dei presenti, le doti tecniche per le quali viene spesso decantato. In un festival come questo i Grave Digger sentono evidentemente di dover esprimersi al massimo e colpiscono nel segno, facendo evaporare i brutti ricordi dello show eseguito in Italia pochi mesi or sono.

Lo show dei Feinstein, creatura dell’omonimo chitarrista (cugino di Ronnie James Dio) presente nella prima storica line-up degli Elf (gruppo capitanato ad inizio anni ’70 dal già citato Ronnie Dio), diventa un’autentica sorpresa. I nostri, forti dell’album uscito per la Magic Circe ed intitolato ‘Third Wish’, catapultano sul pubblico un wall of sound di hard’n’heavy potente e compatto che vede nel citato Feinstein un chitarrista d’eccezione, in forma smagliante, autore di una serie di assoli veramente appaganti. Il concerto dei nostri viene ulteriormente arricchito dalla presenza, come special guest in un brano, di Joey DeMaio al basso, che fa letteralmente impazzire il pubblico (aumentato di alcune migliaia sotto il palco dopo l’annuncio dello special guest, idolatrato in Germania) e dona una spinta in più all’esibizione. Nel contempo si celebra sullo stesso palco l’estemporanea reunion dei The Rods, gruppo hard rock in cui Feinstein militò all’inizio degli anni ’80. Di certo la nuova incarnazione è decisamente più potente e metal rispetto alla prima e regala ottimi pezzi alla platea.

Ronnie James Dio domina letteralmente il True Metal Stage dalle 20:45 alle 22:15. Il suo show entusiasma gli spettatori numerosissimi che possono ascoltare estratti derivanti dai tre periodi più famosi della carriera del cantante americano. In un primo momento Dio scarica sul pubblico i classici più noti del suo progetto solista, iniziando con ‘King Of Rock’n’roll’, per poi passare alla scatenata ‘Stand Up And Shout’. E’ quindi il momento di un lungo assolo di batteria eseguito dell’ottimo e sottovalutato Simon Wright (che conferma come spesso i batteristi siano un po’ frenati negli album in studio…). Il concerto prosegue con altri enormi classici come ‘Don’t Talk To Strangers’ (durante questa canzone l’interpretazione vocale di Dio raggiunge vette di incredibile talento interpretativo alla faccia della veneranda età del musicista) e ‘Rainbow In The Dark’. La band esegue anche un estratto dal nuovissimo album ‘Master Of The Moon’, ossia la cadenzata ‘The Eye’, che non sembra convincere molto. A questo punto Ronnie interviene per introdurre il passato della proprio storia ed è ora di alcuni classici dei mitici Raibow, come ‘Man On The Silver Mountain’ e ‘Long Live Rok’n’roll’; più avanti verrà tributato il giusto spazio anche al periodo del connubio Dio-Black Sabbath con l’esecuzione di uno dei pezzi più famosi (e scopiazzati) nella storia del metal… ‘Heaven And Hell’. Nel finale ritornano altri classici della Dio band, come l’epicissima ‘Holy Diver’, la drammatica ‘Rock’n’roll’ Children’ e la scatenata ‘We Rock’. In un tripudio di entusiasmo interviene Joey DeMaio (bassista dei Manowar e fondatore della label Magic Circle) e lo staff della SPV (l’attuale casa discografica di Ronnie) che tributa al piccolo e mitico cantante un meritatissimo premio alla carriera. Lo show della band di Ronnie è stato superlativo da ogni punto di vista e forse merita la palma del miglior concerto del Wacken 2004.

Per tutta la giornata si parlava nel backstage della sorpresa preparata da Doro per i suoi innumerevoli fan tedeschi ed eccoci di fronte all’evento! La Classic Night Orchestra al completo si presenta di fronte al pubblico del True Metal Stage alle 23:45! Non è tutto! Ad accompagnare sul palco la bionda ed affascinante singer appare un Blaze Bailey (ex cantante degli Iron Maiden) decisamente in forma, che si lancia nell’esecuzione di alcuni classici dei Maiden come ‘Fear of The dark’, ‘The Trooper’ e ‘Man On The Edge’, egregiamente supportato dall’orchestra classica e dai musicisti che compongono la line-up dell’attuale Doro-band. I sontuosi arrangiamenti vengono utilizzati anche per molti classici della produzione Warlock che Doro canta con evidente passione ed un pizzico di commozione. Si parla ovviamente di brani come ‘I Rule The Ruins’ e ‘Metal Tango’. Le sorprese non finiscono qui ed infatti, durante l’esecuzione del lento ‘Fur Immer’, ecco arrivare anche Chris Caffery (Savatage, Dr. Butcher…) che si esibisce in un lungo assolo di chitarra. Nel tripudio finale della prima parte dello show trovano spazio anche una cover dei Judas Priest, ossia ‘Breaking The Law’ (che lascia un po’ a desiderare in questa versione con orchestra, in quanto depotenziata di tutto il suo ardore metallico) ed anche l’inno più famoso dei Warlock, ossia ‘All We Are’, cantato in coro da tutto il pubblico.

Conclusa la prima parte dello show viene velocemente fatta sparire l’orchestra di Amburgo per lasciar spazio a mezzora di puro metal targato Warlock 1986, con la formazione originale dell’epoca. I nostri sfoderano uno show vivace e potente basato solo sui brani più potenti della storia della band. In conclusione Doro ha offerto uno show veramente all’altezza delle attese, in grado di rimborsare quasi interamente il prezzo del biglietto.

Si riesce ancora a seguire una buona parte dello show dei vichinghi Amon Amarth sul black metal Stage, che si sono esibiti a partire dalle due di notte!!! In un atmosfera particolarmente pregna di energia i nostri sparano le loro migliori cartucce, basandosi soprattutto su track presenti nei loro ultimi lavori. Il sound potente della band, a cavallo fra un death metal grezzo ed un viking veloce, è la giusta miscela per riscaldare e membra degli stanchissimi astanti. Il singer Joan Hegg, enorme ed altissimo gigante, risulta una volta di più un ottimo frontman, che sa suscitare il giusto entusiasmo sulla folla, rendendola reattiva in occasione dell’esecuzione dei brani più melodici e cadenzati e distribuendo pazzia e violenza per i brani più veloci e dirompenti. Il secondo giorno del Wacken è grandioso sotto ogni punto di vista e finisce nel migliore dei modi.

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