Tool: Live Report della data di Firenze

Me lo diceva sempre mio nonno: “non lo fanno più il rock come una volta…”

Arriviamo all’ ex Palazzetto dello Sport, rinominato in anni recenti Mandelaforum, un po’ prima delle nove, ora decisamente presta per un concerto rock, eppure: sorpresa! I Mastodon sono all’ultimo loro pezzo, il loro concerto è cominciato poco dopo le otto, orario proibitivo per chiunque sia costretto a lavorare per vivere ed abiti più lontano di Pontassieve. Occasione persa per noi di ascoltare uno dei gruppi migliori del momento e per i Mastodon di suonare di fronte ad un pubblico più numeroso, il palazzetto infatti non è pieno neanche per un terzo.

Chiudono i Mastodon, quindi, poi rapido cambio palco e seconda sorpresa della serata: la voce di un noto personaggio della radio annuncia urbi et orbi che i Tool non gradiscono l’utilizzo da parte del pubblico di strumenti di registrazione nè tantomeno l’utilizzo di macchine fotografiche che, a detta loro, disturberebbero la corretta fruizione dello spettacolo da parte del pubblico (molto) pagante. Incredibile: a memoria d’uomo ai concerti rock il degenere di qualsiasi natura, dalle urla belluine alle danze sfrenate e violente al lancio di materiale di natura organica ed inorganica, è sempre stato parte integrante dello spettacolo stesso, atteso ed auspicato. Che i Tool abbiano confuso il Palazzetto dello Sport col Teatro Comunale? Si comincia proprio male!

Intorno alle nove e un quarto, così da escludere dall’inizio del concerto i lavoratori non residenti nelle province confinanti con quella di Firenze, salgono su un palco da fare impallidire Madonna i quattro simpaticissimi protagonisti della serata, in assetto piuttosto anomalo: batteria al centro della piazza d’armi su una pedana rialzata, chitarra e basso alle estremità (si sospetta inchiodati al pavimento, immobili per tutta la durata dello show), voce sul fondo del palco, per lo più di lato o di schiena e con una simil maschera anti gas sul viso, per rendere ancor più insopportabilmente distaccata l’esibizione.

E non è ancora tutto: c’è ancora l’importante questione delle macchine fotografiche. Il raffinato pubblico dei Tool, abituato alle poltrone di velluto ed ai pasticcini tra un atto e l’altro dell’opera, deve essere difeso dai fastidiosi flash di fotografi irrispettosi; quale strumento migliore se non equipaggiare gli ominidi della security con delle potentissime torce elettriche da puntare con insistenza sui presenti per scoraggiare i disobbedienti al verbo di Keenan? Nei momenti di pathos, nella semioscurità, tra un effetto laser e l’altro, è per niente fastidioso che alcuni primati grossi come orsi, dalla fronte bassa e le braccia molto lunghe si ergano sulle transenne davanti al palco coprendo i musicisti per puntarti in faccia la lampada della vergogna. Gran bella trovata.

Si, ma la musica?

Maynard, acclamato come una star di hollywood, e soci si esibiscono su un enorme palco bianco latte, quattro enormi schermi sullo sfondo, tre piattaforme sospese e mobilli per le luci, simili a dischi volanti, arazzo psichedelico grosso come un campo da calcio sullo sfondo, raggi laser, ricchi premi e cotillons.

Un ora e mezza, set relativamente breve vista l’età del gruppo, materiale pescato tra le cose più famose, stuzzichini Pinkfloydiani abbastanza di maniera tra una portata e l’altra; tutto suonato benissimo, come ci si attende da gente del loro calibro; impressionanti bassista e batterista, un po’ meno Keenan la rockstar, sarà magari per la maschera. Concerto diviso in due, prima parte più tirata, seconda più lenta e psichedelica. Tutto bello, peccato che da un concerto rock ci si aspetta molto più di quattro musicisti che suonano per se stessi ignorando il pubblico. Questa, alla meglio, è musica da camera contemporanea.

Alla fine dei salmi uno dei migliori concerti dell’anno dal punto di vista musicale ed uno dei peggiori della storia come feeling. Cari Tool, si può fare molto meglio di così…

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