The Hu: Live Report e foto della data di Milano

Stanno ricevendo attenzione da una fetta nutrita di pubblico, e il loro arrivo in Italia non ha fatto altro che confermare quello che abbiamo già avuto modo di sentire su disco. I The Hu, vuoi per il loro abbinamento fra strumenti tradizionali, sonorità heavy e canto gutturale, vuoi per la cover di “Sad But True” che ha fatto forse da rampa di lancio definitiva, vuoi per un certo fascino nei confronti dell’esotico, si presentano per la loro unica data italiana in un Alcatraz riempito da un pubblico considerevole (se si considera anche la concomitanza con altri eventi sempre in zona). Spicca fra l’altro una piccola ma cordiale rappresentanza della comunità mongola milanese, armata di bandiera d’ordinanza e pronta a gemellaggi improvvisati con i presenti, specie a fine concerto. I musicisti salgono sul palco uno alla volta con aria concentrata, come a non voler sprecare neanche un secondo dell’ora e mezza prevista. In realtà un piccolo imprevisto c’è, e consiste in un blackout temporaneo sul palco nel bel mezzo del primo brano. Il problema dura però non più di un paio di minuti, durante i quali i membri dei The Hu stazionano intorno alle rispettive postazioni con la tranquillità dei professionisti navigati. Poi torna la corrente, si riprende il brano dall’inizio e da qui in avanti è una strada in discesa. I membri della band parlano pochissimo e alternano frasi in inglese a incitamenti in lingua madre, che vengono raccolti anche se non si capisce che cosa ci stiano dicendo veramente. Il repertorio esplora i due lavori prodotti fino a questo momento, con brani estratti in numero uguale da una parte e dall’altra. E non c’è bisogno di arrivare a “This Is Mongol“, con cui si chiude la parte “canonica” del concerto, prima del bis affidato alla già citata cover dei Metallica, per essere conquistati da questa commistione di strumenti etnici, ritmi cadenzati, cantato gutturale ed energia. I The Hu esprimono una sorta di fascino magnetico, difficile anche da descrivere in pieno, grazie al quale ci si dimentica dello scorrere del tempo. Un dato non da poco, tipico proprio di quei concerti che riescono alla perfezione e non hanno bisogno di chissà quali effetti speciali per centrare il risultato, e basta scandire il nome della band accorpandosi al ritmo della musica per entrare in sintonia con loro. Ci auguriamo che il progetto continui a realizzare lavori di qualità come i primi due, e a stupirci con il fascino di mondi a noi quasi sconosciuti.

Setlist:

  • Shihi Hutu
  • Shoog Shoog
  • The Gereg
  • Huhchu Zairan
  • The Great Chinggis Khaan
  • Triangle
  • Shireg Shireg
  • Bii Biyelgee
  • Tatar Warrior
  • Yuve Yuve Yu
  • Wolf Totem
  • Black Thunder
  • This Is Mongol

Encore:

  • Sad But True

anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

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