Stan Ridgeway: Live Report della data di Firenze

Il tempo è sempre il miglior giudice della qualità d’un artista. Sfornare un buon disco e poi cadere nell’oblio è la sorte di molti, mentre una carriera ancora in crescita dopo il terzo disco o dopo dieci anni è una prestazione già buona, quella che distingue musicisti di contenuto dalle bolle d’aria.

Quello dei due decenni è invece un traguardo molto più difficile da superare, arrivare ai venti anni di carriera avendo ancora idee fresche, non essere costretto a rivendere la solita merce oramai oltre la data di scadenza per tirare avanti, con un seguito di pubblico ancora folto e raccogliendo ancora gli elogi della critica è un risultato di cui pochi possono vantarsi.

Stan Ridgeway i venti anni di carriera oramai li ha passati, eppure sembra che la fonte della sua creatività sia inesauribile; come ci si aspetta da un musicista di talento, la sua produzione è cambiata negli anni, maturando dalla folle new wave dei defunti (e compianti) Wall Of Voodoo ad uno stile più folk-blues vicino a personaggi come Tom Waits, Johnny Cash e Leonard Cohen. E non stupisce, dato che i suoi testi hanno sempre avuto come protagonista l’America, vista a volte in prima (nei momenti più autobiografici) a volte in terza (quando uno dei suoi strani personaggi era protagonista del brano) persona, che il folk sia la dimenione musicale più adatta ad accompagnare i suoi racconti.

Lunghissima la scaletta della serata, che ha abbracciato tutta la sua carriera solista e non, ed intensissima l’esecuzione; Ridgeway é musicista e cantastorie coinvolgente e carismatico, ed anche se la resa dal punto di vista strettamente tecnico non è eccelsa (i due musicisti che lo accompagnano, probabilmente dei session-man, non sempre seguono a tempo) alla fine è evidente che è solo il fattore emotivo quello che tiene inchiodati gli occhi e le orecchie del numeroso publico verso il palco.

La scelta dell’esecuzione acustica paga, anche i grandi classici degli ottanta (‘Mexican Radio’, ‘The Big Heat’, ‘Camouflage’), trasfigurati dall’assenza della batteria, del basso e delle tastiere, risplendono di una luce nuova, in qualche modo più intimista, più vicina all’anima del Ridgeway cantautore.

L’unica critica va magari alla mancanza di coraggio. Un concerto già ottimo sarebbe stato perfetto se avesse tenuto tutto il set da solo, una vera esibizione solista, un dialogo diretto col pubblico, senza l’abbastanza inutile presenza di altri musicisti più di contorno che di sostanza.

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