Sonisphere 2011: Live Report – Day 2

DOMENICA 26 GIUGNO

LINKIN PARK 22.00 – 23.40
My Chemical Romance 20.30 – 21.30
Sum 41 19.00 – 20-00
Alter Bridge 17.45 – 18.30
The Cult 16.30 – 17.15
Guano Apes 15.30 – 16.00
Kyuss Lives! 14.30 – 15.00
Funeral For A Friend 13.35 – 14.05
The Dwarves 12.45 – 13.10
The Damned Things 11.55 – 12.20
Kids In Glasshouse 11.05 – 11.30
Rival Sons 10.15 – 10.40

Si parte molto meno motivati per questo secondo giorno del Sonisphere, questione di gusti sicuramente.
Impaziente di rivedere gli Alter Bridge, ma anche per la prima volta live The Cult e Kyuss Lives! cerco di ritrovare l’entusiasmo perso anche per godermi gli altri concerti della giornata, che vedo semplicemente come contorno, headliner incluso… ma cerchiamo di restare oggettivi.

Non posso esprimermi sulle prime 4 esibizioni perché non sono per niente amante del risveglio presto la mattina, pertanto sono arrivata verso la fine del concerto The Dwarves e nemmeno il tempo di prendere un caffé che sento gli applausi finali. Pochi, come poca era la gente nella platea d’asfalto. Deludente la presenza in confronto alla giornata precedente, inoltre si notava evidentemente la fascia di età diversa della folla, generi diversi, target naturalmente diverso.

Salgono sul palco i giovani Funeral For A Friend, che non sono per nulla funebri come il nome che li precede, nome ispirato da un brano preferito del vocalist e firmato Planes Mistaken for Stars. I musicisti del Galles riempiono di energia la mezz’ora dedicata alla loro performance e tra una canzone emocore e l’altra salutano con amichevoli infamate il giovane pubblico che sembra di apprezzare il trattamento speciale. Oltre l’approccio aggressivo nulla di particolare da evidenziare sulla musica dei giovincelli, anche se oramai possono vantarsi con un decenio di attività e 5 album rilasciati dal 2001 ad oggi, il loro concerto live ha lasciato desiderare a livello musicale.

I prossimi (e per me tra i pochi attesissimi) sono i mitici Kyuss che si presentano nel nuovo formato della rinascita, senza il fantastico Hommes, sotto il nome che proclama: Kyuss Lives! Ed è vivo davvero! Anche senza Josh, nonostante la sua mancanza si senta abbastanza, lo spirito dei nostri storici musicisti stoner e la loro potente carica strumentale riesce ancora esaltare una folla che sembrava sciolta dal caldo asfissiante. Senza nessuna scenografia, regnano sul palco esclusivamente con la musica. Hanno rianimato il pubblico e posso dire solo: beati i pochi presenti che hanno avuto la fortuna di ascoltare dal vivo questa band di alto livello, anche se la mia percezione è stata che non erano pochi quelli che non li conoscevano. Purtroppo. Nascosto dietro i suoi soliti occhiali da sole, Garcia ha regalato una performance ottima e la sua splendida voce insieme alle corde magiche sotto il tocco dei due grandi professionisti Fevery-Olivieri, con un vero upgrade dell’indomabile Brant Bjork alla batteria, conferma ancora una volta la meritata posizione d’onore nel genere desert rock – stranamente il cosiddetto rock del deserto sembrava a casa sua: l’atmosfera di Imola era molto, ma molto simile a quella del deserto. “Green Machine” chiude la troppo breve mezz’ora dedicata ai californiani. Confermo: Kyuss Lives!

Cercando l’ombra, vorrei capire com’è la situazione in giro per il paddock dell’Autodromo Ferrari, ma sono ancora poche le persone e certamente si capisce con facilità il perché… ma niente polemica, me lo sono promessa.

Guano Apes sono attesi e acclamati da una bella parte del pubblico e riescono presto ad energizzare l’atmosfera con i loro cavalli di battaglia e la scelta è stata nettamente giusta, in quanto un numero maggiore di nuove canzoni non avrebbero ottenuto lo stesso coinvolgimento dei presenti. Scatenando massimo delirio nell’arena durante brani come “Open Your Eyes” e la cover “Big In Japan”, sicuramente sono contenti di essersi riuniti. Sandra Nasic è in forma e la sua carismatica figura insieme alla sua notevole voce la rendono una presenza sempre piacevolmente vulcanica. Insieme restano i “Lords Of The Boards” ma vola in fretta la mezz’ora anche per loro…
Avanti il prossimo!

Ero molto curiosa di vedere dal vivo The Cult, i miti che hanno arricchito la mia infanzia e la bellissima colonna sonora che ho avuto la fortuna di godermi già da quei tempi. Non ero mai riuscita arrivare ai pochi concerti che hanno fatto negli ultimi anni e sono contenta di non essermi persa questa occasione. Sembra la giornata Phoenix con tutti questi gruppi rinati dalle proprie ceneri. Al di là della prima impressione alla vista di Ian Astbury notevolmente cambiato negli anni, ma per fortuna soltanto come immagine e non come voce e carisma, l’eccezionale frontman ha conquistato l’arena, me compresa.  L’esordio simpatico di Ian che arriva sul palco tutto autunnale, con la sua giacca e calzini di lana (!) e chiede a tutti di coprirsi bene perché faceva abbastanza freddo. Certo, i 40° potrebbero essere rischiosi per la sua ugola d’oro, non vogliamo mica prendere freddo sul cemento gelido come la lava. Sempre Astbury lancia numerose bottigliette d’acqua al pubblico che durante l’esibizione sicuramente si è scordato anche del caldo. “Rain” suona bene e quasi ci immaginiamo una vera pioggia rinfrescante, ma a livello acustico la situazione è migliorata solo dopo questo primo brano. Grande spettacolo del gruppo di veri professionisti che, nonostante l’età, hanno mantenuto altissimo il livello della prestazione live. In formissima sia Billy Duffy che Chris Wyse e alla batteria tuona carichissimo colui che sembra avere un cognome predestinato: Tempesta. Surprise: rientra in scena John Garcia, per per duettare con Ian la bella “Love Removal Machine”. Acclamatissimi dal pubblico e seguiti dal backstage dai soci di Garcia e dallo staff di entrambi gruppi. Ottimo concerto degli storici musicisti!

Se non ci fosse il concerto seguente, potrei aver chiuso qui la mia esperienza al famigerato Sonisphere italiano. Ma arriva finalmente il highlight della mia giornata, i MIEI veri headliners: i favolosi Alter Bridge. Inevitabile sbilanciarsi perché bisogna ammettere che avendo di fronte un gruppo di musicisti così completi e così vicini alla perfezione, difficilmente si possono raggiungere certi livelli. E’ sempre inevitabile anche criticare il posizionamento in scaletta di questi ultimi due gruppi ed il minutaggio troppo limitato. Per fortuna hanno altre date italiane da headliners e sono felice di notare che diventano sempre più noti ed apprezzati dagli italiani. Sicuramente il tour con Slash di Myles Kennedy come vocalist hanno portato, com’è giusto che sia, pià fama agli Alter Bridge. Meritano tanta stima da tutti i punti di vista, partendo dalla genialità della parte compositiva, tra armonia e testi delle canzoni, poi le indiscutibili esecuzioni strumentali d’eccezione e dulcis in fundo, le indescrivibili qualità vocali uniche del singer con un range vocale da vero tenore, tutti ingredienti di una formula vincente che a livello musicale è oggigiorno rara avis. Infatti hano convinto l’intera platea che li ha ininterrottamente acclamati durante l’intero gig, aperto con quel bellissimo “Slip Into The Void”, in stile marcatamente grunge-metal postmoderno, per catapultare già da subito tutti nel loro potente sound. Meraviglioso il riff del virtuosissimo Tremonti, che raggiunge l’apoteosi durante il “duello di corde” con Kennedy. In piena forma e ispiratissimi anche Scott Phillips e Brian Marshall, sempre perfetti nelle esecuzioni ed è molto evidente la costante crescita dei magnifici quattro, sempre più capaci di regalare emozioni forti sia con la violenza tendenzialmente metal delle canzoni, che con la dolcezza dei brani soft e stracolmi di sentimento. Non mancano dalla scaletta notevoli titoli come “Isolation” e la finale “Rise Today”, con tanto di voglia di cambiare il mondo. E già sono sulla buona strada! Superlativi!

Difficile riprendermi dopo questa indimenticabile esperienza live, poi considerando i prossimi nomi sul discutibile elenco della giornata, mi riservo una bella meritata pausetta.
Con tutta la buona volontà, ho provato ad assistere ai 2 concerti seguenti, ma se i Sum41 mi hanno al meno mantenuto la concentrazione e l’attenzione per quel minimo indispensabile, non sono riuscita resistere davanti al palco durante l’intera ora indegnamente sfruttata dagli ‘spero-di-scordarmeli-al-più-presto’ My Chemical Romance. Mi permetto di non commentare troppo e mi ritengo anche troppo gentile nei confronti dei nostri cari organizzatori e le loro geniali scelte, limitandomi puramente a non condividerle. La pietosa presenza del pubblico davanti al palco la dice lunga, pertanto non serve che io infierisca, giusto?

E’ arrivato il momento del concerto finale, che chiude il nostro bel festival. I Linkin’ Park li avevo visti live solo a Venezia nel 2008 e nonostante non rientrassero nella mia top-list avevo apprezzato l’energia dei musicisti sul palco e lo spettacolo in sé, certe canzoni meritandosi veramente la fama che hanno ottenuto negli anni. Anche questa volta lo show è stato particolarmente riuscito, addirittura migliorato. Sono stati integrati in modo efficace i nuovi pezzi dell’album più recente e fortemente discusso dai fan storici, mentre i grandi successi hanno dominato la setlist e scatenato l’entusiasmo dei circa 10.000 presenti. Di grande impatto la scenografia, adrenalina pura sprigionata da Chester, notevole la grinta di Mike. Abili anche nella regia, i Linkin’ Park si dimostrano polivalenti e la loro musica riempie l’Autodromo di Imola di tonalità piacevoli e coinvolgenti: il loro caratteristico nu metal, oppure inquadrandoli in maniera semplificata nella categoria rap-rock, con tanto di abile DJ- il buon Joe Hahn. Bello carico anche il chitarrista Brad Delson e nella bella compagnia del basso di Phoenix e della batteria di Rob Bourdon, l’insieme rende tantissimo ed è una bella esibizione di chiusura quella dei Linkin’ Park. Dalla prima canzone “The Requiem”, spolverando tutti i loro hit tra cui raggiungono altissimi livelli di feedback con pezzi come “What I’ve Done”, “Numb” e “In the End”, i nostri cari musicisti si dimostrano in piena forma come performers e chiudono in bellezza il loro mega-show con la terremotante “Crawling” subito seguita dalla finalissima “One Step Closer”.
 
E si chiuse così il week-end che rimane nella storia dei festival italiani come punto di partenza di ciò che si ripeterà come minimo nei prossimi cinque anni e si spera vivamente di migliorare imparando dagli errori della prima esperienza, raggiungendo i livelli nettamente superiori delle edizioni europee sotto la stessa sigla: Sonisphere Festival.