Rock In Idro: Live Report – Day I

Ed eccoci al primo giorno di quello che si dovrebbe chiamare “Festival-precedentemente-conosciuto-come-Rock-In-Idro” che, per motivi dibattuti in un botta-e-risposta fra organizzatori e Provincia di Milano (e non chiariti fino in fondo) , è stato spostato al Palasharp, struttura che in estate ha il brutto vizio di trasformarsi nell’equivalente di una sauna finlandese, purtroppo senza la presenza di bionde nordiche poco vestite.

Arriviamo durante l’esibizione del terzo gruppo in scaletta, i The Subways: nonostante l’ora già qualche centinaio di persone è presente nel parterre della struttura per questo trio che propone un garage rock grezzo e sudato esemplificato dalla finale “Rock’n’Roll Queen”, che è riuscita a ottenere un discreto air play radiofonico. Si nota con piacere che anche le band “minori” hanno già a disposizione un buon suono e un buona gestione delle luci: tutto sommato, per questi gruppi lo spostamento al chiuso potrebbe essersi rivelato un vantaggio… certo non per molti dei presenti che comprensibilmente si alternano sul piazzale esterno del palazzotto alla ricerca di un minimo d’aria respirabile, per rientrare solo in corrispondenza delle band di loro interesse, senza ascoltare una nota delle altre.

A seguire, salgono sul palco i The Gaslight Anthem con il loro alternative rock più tranquillo etichettato come “Jersey Shore sound” e quindi per loro stessa ammissione influenzato dalle melodie springsteeniane, in cui pare di riscontrare però anche qualche accento southern. Piacevoli da ascoltare, ma niente di particolarmente trascinante.

Il successivo show dei The All-American Rejects ruota attorno alla figura e alla voce melliflua del cantante Tyson Ritter (che in alcuni pezzi imbraccia anche il basso), scatenato belloccio vestito di bianco a metà fra il glam rock e l’emo, a quanto pare piuttosto amato dal giovane pubblico femminile; il loro pop rock energico è comunque gradevole e danzereccio, e non delude i fan del gruppo. Siamo intorno alle sei di pomeriggio quando il Palasharp si riempie veramente per la prima volta nella giornata, e anzi per i due gruppi successivi si ha probabilmente il picco massimo di affluenza, sfiorato ma non eguagliato nemmeno durante l’esibizione degli headliner.

Arrivano i Flogging Molly, dei signori in camicia e cravatta che salgono sul palco e… scatenano l’inferno! Ahinoi che non li conoscevamo, il loro power folk irlandese è de-va-stan-te, la velocità e l’impatto sonoro sono da concerto metal, nonostante l’assenza di chitarre distorte, rimpiazzate da violino, banjo e fisarmonica; a dire il vero tutto ciò non dovrebbe sorprendere se si considera che il fondatore e frontman Dave King ha militato nei Fastway di “Fast” Eddie Clarke negli anni ’80. Il pubblico si lancia in un pogo frenetico con persone che volano sopra le teste, e la band americana insiste nel suo assalto, proponendo sia brani tratti dall’ultimo album “Float” che cavalli di battaglia più datati come “Salty Dog” o “Drunken Lullabies”; come ciliegina sulla torta (o meglio schiuma sulla Guinness), il cantante costruisce un ottimo rapporto con il pubblico grazie al suo carisma e alla sua simpatia. Per i nostri gusti, i migliori della giornata.

Altrettanto attesi dal pubblico sono i Gogol Bordello, guidati dall’ucraino di discendenza gitana Eugene Hütz, fuggito dal paese natale con la sua famiglia dopo il disastro di Chernobyl e approdato dopo lungo peregrinare negli Stati uniti nel 1991, dove ha in seguito costituito questo gruppo multi-etnico di “Transglobal Gypsy Punk Rock”; la sua popolarità, già alta nel circuito della musica alternativa, ha guadagnato parecchi punti nel 2008 quando Madonna l’ha voluto come protagonista del suo film “Filth and Wisdom”. Affiancato da un fisarmonicista e da un violinista come strumenti principali, ma ottimamente supportato anche dal resto della band, non sta fermo un attimo e propone uno spettacolo sia musicale che visivo veramente degno di nota, fra melodie tzigane, ritmiche reggae e attitudine punk; il pubblico risponde danzando per tutto il tempo su una musica che non può non ricordare i film di Kusturica, arricchita però dalle esperienza fatte in giro per il mondo.

Con i successivi Social Distortion assistiamo al primo calo di affluenza all’interno del Palasharp; nonostante la longevità e l’importanza storica della band (attivi fin dal 1978 e con un picco di popolarità mainstream nei primi anni 90), e pur se molti punkster di varie età sono palesemente qui solo per loro, una buona parte dei presenti non sembra interessata e preferisce prendere una boccata d’aria. Il loro è un punk americano, fin troppo facile citare come riferimenti Ramones e Bad Religion, che però si è distinto incorporando nel tempo evidenti influenze country e rockabilly. Abbastanza statici sul palco e piuttosto “classici” come sound, soffrono forse un po’ il confronto con le intense e particolari esibizioni dei due gruppi precedenti; la loro prestazione è comunque impeccabile e non delude i fan presenti. Fra le canzoni, segnaliamo la cover di Johnny Cash “Ring Of Fire”.

Si arriva verso le 22:00, con una mezz’ora di ritardo accumulata nel pomeriggio, a quello che è stato il punto più basso dal punto di vista sia “numerico” sia qualitativo della giornata. I Babyshambles sono probabilmente noti più per la relazione del loro frontman Pete Doherty con l’icona heroin-chic Kate Moss che non per la loro musica; abbiamo comunque voluto accantonare la considerazione e ascoltarli senza pregiudizi. Purtroppo il loro indie rock molto snob è piuttosto scialbo e suonato maluccio, e l’atteggiamento “fatto” e strafottente del cantante non aiuta la relazione col pubblico. Da dimenticare.

Lo show dei The Pogues, storico e amatissimo gruppo folk punk, inizia quando ormai si avvicina la mezzanotte; stranamente, come già accennato, non si ha la massima affluenza della giornata, probabilmente anche a causa della stanchezza e della spossatezza di buona parte del pubblico. Il cantante Shane McGowan, che nella storia del gruppo è entrato e uscito più volte per problemi di alcol e di affidabilità, arriva sul palco completamente ubriaco e aggrava il suo stato continuando a bere durante lo show; nonostante quello che dice per introdurre le canzoni necessiti una traduzione in un inglese comprensibile da parte del secondo cantante e flautista Spider Stacy, miracolosamente quando attacca a cantare la sua voce calda e roca si combina alla perfezione con le ballate irlandesi eseguite dal resto della band; è però comunque costretto a cedere il microfono su alcuni pezzi e concedersi lunghe pause fra una canzone e l’altra. Gli affezionati fans che a lungo hanno atteso di poter rivedere la band riunita dal vivo rimangono comunque estasiati dai classici, nonostante col tempo la ruvidezza e l’energia dei lontani esordi si siano un po’ ammorbidite.

Fine giornata, siamo sopravvissuti a fatica al caldo tropicale e ci avviamo verso l’uscita scavalcando qualche personaggio perso nei fumi dell’alcol… Appuntamento a domani!

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