Play It Loud III: Live Report

– JAG PANZER
– EXCITER
– BUD TRIBE
– JAGUAR
– VANEXA
– MARTIRIA
– ETRUSGRAVE
– HOLY MARTYR
– LONEWOLF
– WOTAN
– NATIONAL SUICIDE
– FALLEN FUCKING ANGELS

Il terzo Play It Loud della storia verrà ricordato come una vera e propria lotta per la resistenza fisica in quanto il nuovo locale scelto come location, il Ke Me Meo di Argelato (BO), per quanto accogliente, concede meno spazi rispetto al Buddha, sede delle prime due edizioni. In ogni caso il metallaro è nato per combattere e una maratona di band come quella di quest’edizione riesce a mettere a dura prova chiunque ma dona senz’ombra di dubbio emozioni indelebili e viene a coronare il sogno e la passione di tante centinaia di fan della prima ora che ancora una volta non posson far altro che ringraziare a viva voce Giuliano della My Graveyard Productions per l’ennesima mission impossibile realizzata.

Alle 14,00, precisissimo, il festival del 2009 inizia con gli italiani Fallen Fucking Angels, che per una ventina di minuti investono i presenti con la loro miscela semi-demenziale di thrash sgangherato e solido metallo crudo in stile Motorhead/Exciter. I pezzi presentati sono tratti dai due lavori sino ad ora prodotti e vanno dalla rocciosa e cadenzata ‘Raise An Earthquake’, ottimo esempio di thrash delle origini in cui la batteria di Butch, anche cantante, emerge nel migliore dei modi, alla rokkeggiante ‘Extralarge’, una mazzata di grezzissimo metallo irriverente.

Non mancano le sorprese in questo live act e i nostri ci sorprendono con una cover del classico ‘Stay Hungry’ dei Twisted Sister; ovviamente la versione dei Fallen Fucking Angels, decisamente più violenta dell’originale, è quasi irriconoscibile.

Buon inizio all’insegna del metal più selvaggio per il PIL III, nonostante i problemi di sound evidentissimi che tormenteranno molte band.

A seguire, dopo pochissimi minuti, tocca ai trentini National Suicide che iniziano le danze forti del loro debutto discografico, uscito per la My Graveyard Productions e intitolato ‘The Old Family Is Still Alive.’

Colpisce fin da subito in modo “fisico” la prestazione del singer della band, ossia il bravissimo Mini, che dimostra di essere un ottimo frontman; la prima cosa che “balza all’orecchio”, ascoltandolo, è una somiglianza veramente fortissima alla voce di Bobby, il cantante dei mitici Overkill, che ovviamente insieme a Exodus e ad altri storici act americani fanno parte delle fonti d’ispirazione della band italiana.

Non a caso infatti il live dei nostri prevede l’esecuzione di una cover degli stessi Exodus, ‘Lessons In Violence’.

Convincono un po’ tutti i pezzi proposti, da ‘National Suicide’ a ‘Nu Posers Don’t Scare Anyone’, ma ancora la fortissima carica live dei nostri è minata da suoni veramente pessimi, che non permettono una prestazione precisa; in ogni caso l’energia sprigionata on stage dai National Suicide riesce egregiamente a superare questo problema.

Considerando che i Wotan possono esser considerati una vera e propria leggenda dell’epic metal italiano, con due album all’attivo e due demo a dir poco “mitiche”, sorprende un poco che si esibiscano come terzo gruppo della giornata.

La posizione nel bill del festival è forse condizionata dalla presenza di una valanga di nomi storici della scena, come sempre del resto, ma i Wotan sfruttano al massimo il tempo a loro disposizione e danno vita a un concerto che convince in pieno. Unico difetto del set della band “longobarda” è stato, come per i gruppi prima esibitisi, un sound non preciso che ha colpito prima di tutto la voce del cantante Vanni, che non è uscita a dovere, considerando gli acuti che il nostro è solito regalare al pubblico.

Il set, considerando il tempo limitato, è quindi incentrato sui loro brani più riusciti e non può che convincere in pieno, con la veloce e distruttiva ‘Hussar de la Mort’, l’epica e vichinga ‘Under The Sign Of Odin Ravens’, la lenta e maestosa ‘Ithaca’, che permette a Mario, chitarra, e a Salvatore, basso, di ritagliarsi un ruolo da protagonisti. Il set si chiude con due classici da cantare a squarciagola, l’eccezionale ‘Lord Of The Wind’ e la cupa ed epicissima ‘Iron Shadows’.

Il finale è sottolineato dall’uscita in scena di Salvatore, Mario e Vanni con tre spade alzate al cielo che suggellano e pongono il sigillo ad un’altra ottima prova. A questo punto non resta che sperare di poter ascoltare quanto prima il prossimo album ‘The Songs Of Nibelungs’.

La prima band straniera che si esibisce in questa data del Play It Loud sono i francesi Lonewolf forti di un album uscito nel 2008 e intitolato ‘Made In Hell’, che arriva dopo una pausa di cinque anni dal precedente e secondo ‘Unholy Paradise’.

On Stage la band transalpina è più violenta e rozza rispetto ai pezzi registrati in studio, caratterizzati da uno stile di metallo molto vicino ai più viscerali Running Wild.

La voce del singer Jens diventa cartavetra pura e sotto le mitragliate di brani come ‘Made In Hell’ o ‘Shadowland’ i francesi sembrano convincere in pieno i metallari italiani che li vedono per la prima volta (si tratta infatti della prima esibizione in terra italica per la band).

Il set continua con canzoni anche più datate come l’ottima anthemica ‘Pagan Glory’ (dall’eccellente debutto ‘March Into The Arena’) o ‘SPQR’ che viene introdotta dal singer facendo riferimento ai testi che trattano della storia dell’antica Roma.

Ancora una volta, quindi, a parte i problemi tecnici, una buona prestazione.

Si ritorna in Italia, o meglio in Sardegna, con gli epicissimi Holy Martyr (ormai trasferitisi tutti a Milano, come è stato annunciato on stage dal singer Alex), che convincono in pieno con un live di puro impatto fisico, che ottiene un responso entusiasmante da parte del pubblico.

Ovviamente viene premiato, nella scelta, soprattutto il secondo full length ‘Hellenic Warrior Spirit’, di cui vengono eseguiti diversi pezzi a cominciare dall’opener ‘Spartan Phalanx’, seguita a ruota da ‘Lakedaimon’ ed ‘Hellenic Valour’; ma con la classica ‘From The North Comes The War’ (dal primo CD ‘Still At War’) il Ke Me Meo letteralmente esplode! Tutti i presenti, pugni alzati al cielo, cantano insieme ad Alex il ritornello di questo pezzo eccezionale.

Il concerto prosegue nonostante gli enormi problemi tecnici che vedono costretto il singer del gruppo a più riprese a chiedere ai fonici un po’ di volume sulle sue spie, in modo da non cantare alla cieca.

Gli Holy Martyr continuano quindi imperterriti a sfornare riff possenti ed i cori eseguiti dai due chitarristi della band a sostegno della stentorea prova di Alex al microfono rendono ancora più vividi i ritornelli dei loro brani. Un’ottima prova che incorona la band nei cuori dei propri fan e non solo.

Restiamo ancora in Italia per il concerto degli Etrusgrave, gruppo che vanta come leader Fulberto Serena, autore delle song presenti nei primi due storici album dei Dark Quarterer.

Il chitarrista, forte di una passione mai esaurita per la musica epic oscura e cupa, è tornato sulla scena con due demo negli ultimi anni ed infine con un primo full length sempre per la My Graveyard Productions l’anno scorso, intitolato ‘Masters Of Fate’. Chiaramente il set dei nostri è proprio incentrato sui brani del CD citato, di cui ne sono stati eseguiti sei in tutto, anche perché di lunghezza mediamente “sostanziosa”.

Purtroppo sin dalle prime battute della prima song, ‘The Only Future’, è evidente come i problemi per la voce di Tiziano ‘Hammerhead’ siano pesantissimi: la sua prova spesso viene letteralmente “mozzata” da un volume inadeguato che sembra scemare del tutto nella conclusiva e darkeggiante ‘Angel Of Darkness’.

Nonostante tutto Tiziano ce la mette tutto per irrorare d’energia il palco della band e possiamo dire che ci riesce in pieno, complice l’ottima prova degli altri strumentisti, dal bassista Luigi Paletti allo stesso Fulberto Serena alla chitarra, che insieme al bassista, almeno all’inizio, sembra un poco impacciato.

Fa un certo effetto vedere sullo stesso palco quattro musicisti di cui due hanno vent’anni anni e gli altri potrebbero essere tranquillamente i loro padri, ma anche questo fa parte della magia del metal e la passione che unisce gli Etrusgrave è evidente nell’ottimo ricamo melodico di brani eccelsi come ‘Wax Mask’ o nella loro versione di ‘Lady Scolopendra’ (presente nell’album dei Dark Quarterer intitolato ‘War Tears’).

Indubbiamente con la band di Piombino si ascolta un epic metal più prog e complesso ma decisamente interessante e di buon impatto.

Prova veramente “storica”, per vari motivi, è quella che affrontano, alle 20,00 circa, i romani Martiria, guidati, per la prima volta, dall’americano Rick Anderson, noto ai fan dell’epic metal come Damien King III, cantante dei mai dimenticati Warlord.

La band dimostra sin dal primo brano, la cupa e melanconia ‘The Cross’, quanto la loro proposta sia diversa dal resto del bill odierno. I Martiria propongono un metal cerebrale, progressivo, estremamente elegante e liquido, privo di sgangherati riff o di violenza gratuita. Una riprova di questo stile è dato anche dalla staticità on stage dei musicisti, tradita solo dall’espressione del viso degli stessi, letteralmente rapita dal sound eseguito (visibile soprattutto grazie al trasporto del chitarrista Andy Menario).

Il singer, Rick, dimostra di essere il frontman adatto al 100% per questo gruppo, con tanto di presentazione quale ex-voce dei Warlord che nessuno ha mai potuto ascoltare (infatti registrò solo alcuni nastri in studio con la mitica band di Tsamis/Zonder ma mai nulla di ufficiale).

I suoi intercalari fra un brano e l’altro ci fanno intendere quanto sia spirituale e profondamente cristiano il suo approccio alla musica che si rivela in tutta la sua fierezza quando, nell’atto di presentare la meravigliosa song ‘Age Of Return’, pronuncia questa frase in italiano al microfono: “Gesù Cristo vive!”

Prima un silenzio strano poi diversi applausi che si ascoltano qua e là dimostrano come la coraggiosa scelta di Rick abbia ottenuto i suoi risultati.

L’aria di misticismo e di spiritualità che investe il pubblico è palese così come la resa delle melliflue melodie dei brani proposti, alcuni dei quali giungono dal nuovo CD intitolato ‘Time Of Truth’, come le ottime ‘Prometeus’ o ‘Give Me A Hero’; colpiscono nel segno anche i brani più datati, come la folkeggiante ‘Celtin Lands’, che arriva dal debutto ‘The Eternal Soul’.

Di certo il set dei Martiria è quello che ha “scatenato” di meno il pubblico del PIL, grazie ad un sound e uno stile che merita di essere assaporato con attenzione. Ottimi Martiria… i migliori sino ad ora insieme ai Wotan.

Il PIL III è occasione anche dell’avvenuta reunion di un gruppo storico della scena metal italiana, ossia i Vanexa. Il ritorno sulle scene pare sia stato perseguito e voluto soprattutto da Roberto Tiranti, vocalist dei ben noti Labyrinth, che iniziò la sua carriera, a 17 anni (come ricordato dallo stesso cantante ad inizio concerto) proprio con i Vanexa e con l’album ‘Against The Sun’, terzo e ultimo lavoro del gruppo prima della scomparsa.

Di certo rispetto a questo lavoro di qualità alterna ricordiamo che la band ligure ha sfornato ‘Vanexa’ (1983) che ha segnato la storia del metal italiano e ‘Back From The Ruins’ (1988), altra gemma di metallo made in Italy.

Sul palco notiamo che i “vecchi” Sergio Pagnacco al basso e Silvano Bottari alla batteria sprigionano un’energia devastante.

In particolare Pagnacco mette in atto un vero e proprio show da “pazzo scatenato” con tanto di distruzione del proprio strumento on stage.

I nostri convincono in pieno sia per i pezzi relativamente più recenti come ‘In The Shadow Of The Cross’, sia per i classici come ‘Midnight Wolves’, o ancor di più per le immarcescibili ‘Metal City Rockers’ (vero e proprio anthem del gruppo) e ‘Rainbow In The Night’. Lo show dei Vanexa è stato di forte impatto emotivo e decisamente convincente sul piano del coinvolgimento. A questo punto si attendono sviluppi rispetto alla loro nuova “vicenda” artistica.

Torniamo in terra straniera con la prima assoluta in Italia di un gruppo oscuro della NWOBHM, ossia gli inglesi Jaguar, noti soprattutto per il bellissimo primo album ‘Power Games’ (1983, vera gemma di metal primordiale); il resto della produzione della band albionica non è certo all’altezza del primo “ruggito prodotto”.

La prima osservazione che va fatta sin dalle prime battute è vedere come questi allegri vecchietti, soprattutto il leader fondatore Garry Pepperd (chitarra), unico membro presente sin dalle origini della storia dei Jaguar, ma anche il singer Jamie Manton siano degli eterni ragazzini, sia per il look proposto (quasi nu-metal, con tanto di calzoni larghissimi e magliette in stile con i gruppi più odiati dal pubblico presente) che per la gogliardia messa in campo.

In particolare il cantante ha dato vita ad uno show nello show, prima giocando con l’asta personalizzata del suo microfono, una sorta di tira-molla su cui il nostro singer si è piazzato saltellando qua e là on stage, poi inscenando un piccolo sketch dopo aver raccolto le chiavi di una macchina Fiat Panda, evidentemente perse da un disattento pogatore.

Comunque, al di là di questi “numeri da cabaret”, i Jaguar snocciolano fin dall’inizio classici come la rocky ‘Dutch Connection’ e la più complessa ma sempre quadrata ‘War Machine’, la diretta ‘The Fox’ ed anche, più avanti, la folle velocissima ‘Axe Crazy’ (pezzo “gigantesco”) dall’album ‘Power Games’.

Il più recente album ‘Run Ragged’ (2000) viene omaggiato con l’esecuzione, in apertura, della titletrack e con quella di ‘Gulf War Syndrome’. Insomma in conclusione anche i vecchi inglesi hanno saputo mostrare un bella fetta di storia del metal più classico.

Si giunge così al terz’ultimo gruppo previsto per oggi, che sarà poi anche un tuffo finale nel metal tricolore prima di affrontare le vecchie glorie canadesi (Exciter) e statunitensi (Jag Panzer). Parliamo in particolare dei Bud Tribe, combo che ha infiammato per anni i palchi italiani, anche i più scalcagnati, in nome di metal più diretto e nostrano.

I nostri, guidati da Bud Ancillotti (singer anche degli storici Strana Officina), nonostante il merito ottenuto sul campo, hanno nel loro carnet poche release ufficiali e questo concerto viene a celebrare un ventennio di passione che trova il proprio coronamento con l’uscita, per My Graveyard Productions, del nuovo CD ‘Roll The Bone’, che racchiude una decina di brani di gran qualità.

Per ovvi motivi i pezzi di questo nuovo album la fanno da padrone, almeno nella prima parte dello show, con l’esecuzione, in ordine sparso, di ‘Face The Devil’, ‘Holy War’, ‘Starrider’ e della stessa titletrack. Ma nella seconda parte del concerto Bud non può esimersi dal presentare alcuni classici immortali della Strana Officina come l’inno ‘Non sei normale’ o ancora la grandiosa ‘Metal Brigade’.

Il concerto è una vera e propria ovazione dall’inizio alla fine, con i tanti fan presenti pronti a cantare tutti i brani dei nostri nonché a supportare le “pestate” del batterista Dario Caroli (anche Sabotage) o gli assoli di Leo Milani alla chitarra. In definitiva i Bud tribe con la formazione attuale, il bel CD appena uscito e un gruppo di sostenitori così fedele non potrà far altro che macinar successi da ora in poi, sperando che riesca a raccogliere tutto ciò che a seminato sino ad ora.

L’ora è ormai tarda quando gli Exciter, leader incontrastati di quel che viene denominato US power-thrash, salgono sul palco del Ke Me Meo.

Il look di nostri rispetta in pieno quanto ci si può aspettare da questo gruppo, con il feroce basso a forma di ascia sfoggiato da Rob “Clammy” Cohen, l’attitudine cupa del minuscolo batterista Rik Charron (con tanto di pizzetto omidica) o il completo nero tutto borchiato (con tanto di capelli tinti) dello storico chitarrista John Ricci, unico membro fondatore rimasto della band.

Unico elemento fuori dal coro è apparso il singer Kenny Winter, che sia per l’abbigliamento che per l’attitudine sembrava esser uscito da un album di thrash in stile mosh anni ottanta (Anthrax e I.N.C. style tanto per intenderci). Di fatto però la sua voce iper-acuta e acida ben si sposa con il tipo di show proposto dagli Exciter.

La band sceglie infatti di devastare i superstiti di questa lunga maratona metal con un’ora e venti di brani recenti e classici anni ’80 sparati a mille, con uno stile selvaggio e brutale che ha distrutto le poche energie ancora vaganti in sala.

Lo show inizia senza pietà con brani recenti e feroci quali ‘Warcry’ o la grandiosa ‘Metal Crusaders’, un vero e proprio inno frantuma-ossa.

I toni pian piano si alzano ancor di più sino a quando nel finale vengono suonate l’immortale ‘Long Live The Loud’ (incredibile l’energia sprigionata da questo brano) e la cadenzata rokkeggiante ‘Violent Force’.

I nostri lasciano il palco dopo aver distrutto tutti i metallari presenti in sala, che sembrano non esser più in grado, ormai a notte fonda, di poter affrontare anche la sfida degli headliner Jag Panzer.

All’una di notte, di fronte ad un’audience ridotta di numero (forse molti metallari, sfiancati e privi di energia han deciso dopo il devastante show degli Exciter di levare le tende…) i leader dell’US power Jag Panzer iniziano a dettar legge con un brano eccelso come ‘Tyranny’.

La band è assolutamente ispirata e snocciola tutti i pezzi più epici e diretti della propria discografia, alternando alla prova “tutta violenza e velocità” degli Exciter un concerto duro e quadrato di metallo possente che non disdegna aperture melodiche di gran spessore.

Harry The Tyrant alla voce si dimostra come al solito un frontman eccelso che sa “accendere” i cuori dei presenti con stile e un certo piglio aristocratico.

Colpiscono in pieno i pezzi più aperti melodicamente come la grandiosa ‘Iron Eagle’ (opener di ‘The Age Of Mastry’) oppure l’anthem ‘Warfare’, passando da ‘King For A Price’ (tratto dal bellissimo concept dedicato a Macbeth ‘Thane To The Throne’) o ancora dalla più recente ‘Legion Immortal’ (vedi ‘Casting The Stones’, 2004).

Ma il delirio più totale lo si raggiunge con l’esecuzione della melodica e perfetta ‘Chain Of Command’ (antichissima) ed anche con la veloce ed altrettanto datata ‘Shadow Thief’.

Lasegue e soprattutto Briody, le due asce della band, sono i musicisti che hanno convinto di più in questo show eccelso, affiancando il frontman con riff precisi ed assoli ispirati.

Il Play It Loud parte III si chiude quindi nel migliore dei modi, lasciando senza fiato e senza ulteriori richieste un pubblico che, soddisfatto oltre i limiti delle umane possibilità, sicuramente si farà rivedere in massa per la IV edizione prevista per settembre.

Lunga vita al Play It Loud!

leonardo.cammi

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Bibliotecario appassionato a tutto il metal (e molto altro) con particolare attenzione per l’epic, il classic, il power, il folk, l’hard rock, l’AOR il black sinfonico e tutto il christian metal. Formato come storico medievalista adora la saggistica storica, i classici e la letteratura fantasy. In Metallus dal 2001.

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