Play It Doom: live report del festival

Il cielo plumbeo e la pioggia battente cadono a proposito in un giorno consacrato a uno dei sottogeneri più tradizionalmente cupi all’interno del metal. Per quanto sia stata ampiamente pubblicizzata, la prima edizione del Play It Doom non riscuote, almeno a livello di affluenza di pubblico, tutto quel successo che il livello medio delle band proposte avrebbe meritato. Ad ogni modo, la partecipazione da parte dei presenti e il grande impegno profuso sia da tutta l’organizzazione, a cominciare dalla puntualità dei tempi per arrivare alla possibilità di cenare all’interno del Colony Club, fanno chiudere in positivo il bilancio della giornata. Tra l’altro, non bisogna credere che tutto il festival sia stato all’insegna di ritmi deprimenti e di riff pesanti come pietre; il termine doom in questo caso prende in considerazione tutte le numerose sfumature che interessano il genere, fino ad arrivare, almeno in un paio di casi, a gruppi veramente in bilico fra il doom e altri stili musicali, band che a fine festival risulteranno essere le migliori in assoluto.

Una giornata molto lunga, che ha inizio nel primissimo pomeriggio con i Kryuhm, band veronese di buon livello, nata, messa a riposo e rinata in anni recenti, un terzetto con forti influenze sabbathiane e con particolare riferimento all’epoca Dio. Si continua con i Kröwnn, altra band da tre elementi, di cui due donne, caratterizzata dalla mescolanza tra i riff classici e la sensualità della presenza scenica. La seconda band veronese della giornata risponde al nome di Epitaph e nel giro dell’underground è un piccolo nome di culto per via di una storia che affonda le sue radici negli anni ’80. Anche gli Epitaph, attualmente al lavoro per la realizzazione di un nuovo album, danno vita ad una prova di gran classe, fondata prevalentemente sul valore dei suoi componenti storici a cui si somma la performance eccentrica del nuovo cantante Emiliano, dotato di una vena di follia fuori dal comune oltre che di buone capacità vocali.

Con i partenopei In Aevum Agere si cambia di nuovo atmosfera, il doom esplora la sua sfaccettatura più tecnica oltre che più mistica e i suoni si appesantiscono notevolmente. Il genere proposto dalla band di Bruno Masulli è più difficile da digerire rispetto a quanto proposto finora, ma il pubblico sembra apprezzare e partecipa con interessato coinvolgimento. Interesse che si consolida con l’ingresso sul palco dei Crimson Dawn, una di quelle band di cui si accennava inizialmente, non propriamente appartenenti al filone del doom in senso stretto, o almeno non solo. Nel poco tempo a loro disposizione, i Crimson Dawn mostrano grande coesione e una grande chiarezza nello stile scelto, offrendo una selezione di estratti dal loro album “In Strange Aeons…”, partendo da “Tower Of Sin” e “Black Waters” per arrivare a “Crimson Dawn” e a “Sieege At The Golden Citadel”. Meritatamente, una delle band più applaudite di tutto il festival.

Con i Black Oath si arriva senza ombra di dubbio al momento più cupo e atmosferico di tutto il Play It Doom: c’è anche l’incenso a bruciare in giro per il palco, mentre i musicisti abbruttiti dal face painting ci fanno scendere nella loro cripta buia, fumosa e senza via d’uscita. Questa è una delle ultime occasioni per ascoltare dal vivo il tenebroso ensemble, che fra non molto si ritirerà in un luogo appartato per registrare il prossimo album. Assolutamente strepitosi i lombardi Midryasi, certamente una delle band meno aderenti al genere del festival, ma eccezionali dal punto di vista della resa live. Più che doom, il loro è un sound che attraversa vari generi e che sconfina nel rock psichedelico e nel progressive vecchio stile, con un’attitudine settantina sottolineata in particolare dall’uso del theremin. Eccezionale la presenza scenica del cantante e bassista Convulsion, che più che un “semplice” cantante è un vero e proprio performer, che arricchisce ogni gesto e ogni nota con una teatralità fuori dal comune. Sarebbe già difficile andare oltre un livello del genere, ma c’è chi ci riesce.

I Dark Quarterer sono attivi da ormai quarant’anni, ma la loro musica è di quelle che non si scordano, che suona sempre attuale e che emerge dalla massa con una prepotenza pari a pochi altri. Un’ora a loro disposizione, incentrata esclusivamente sui primi due album usciti ormai in anni lontani, ovvero l’omonimo “Dark Quarterer” ed “Etruscan Prophecy”, durante la quale la voce di Gianni Nepi riesce a stregare la platea, nessuno escluso, con la band in perfetta sintonia a tenere alta la tensione in maniera ininterrotta. È questo il momento più alto del festival, non ci sono santi, i Dark Quarterer, che provengono tra l’altro da una serie di date trionfali fra Cipro e Malta, non hanno rivali per quanto riguarda i brani, unici nel loro misto fra epic, progressive e parzialmente anche doom.

Dopo di loro dovrebbe esserci solo il silenzio, invece ci sono ancora gli headliner (almeno di nome), gli unici ospiti stranieri, vale a dire i britannici Solstice, che hanno giustamente diritto di preoccuparsi un po’ per il fatto di dover suonare dopo l band toscana. Per quanto comunque il genere proposto dai Solstice sia molto più “canonico”, anche la loro è una buona performance, sostenuta in pieno dalla parte di pubblico rimasta e forte di un’attività live che dura da oltre due decenni, anche se con una formazione ampiamente rimaneggiata rispetto agli inizi. Termina così una maratona doom che ancora una volta ci mostra l’ottimo livello delle idee prodotte da band italiane e che, in un’ipotetica edizione futura, potrebbe attirare l’attenzione di un pubblico più vasto.

anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

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