Opeth: Live Report della data di Milano

Trovarsi immersi in un Rolling Stone quasi completamente pieno non è un fatto che capita molto di sovente e ad essere riusciti nell’impresa di attirare un numero di fan veramente degno di nota sono stati gli Opeth (“from Stockholm, Sweden”) che non calcavano i nostri palchi dai tempi dell’atipico tour di ‘Damnation’. I toni tornano a farsi oscuri ed aggressivi perché a questo giro c’è un certo ‘Ghost Reveries’ da promuovere ed anche perché i nostri sono andati a ripescare alcune gemme dal passato più remoto della loro discografia come ‘Under The Weeping Moon’ (dal debut ‘Orchid’), ‘When’ (da ‘My Arms, Your Hearse’ ancora attualissima) e ‘White Cluster’ dall’imprescindibile ‘Still Life’ (anche se forse dal “red album” sarebbero state più gradite altre scelte).

Facciamo però un breve cenno rispettoso per il supporting act Burst onesti mestieranti del calderone post-hardcore con voce urlata a pieni polmoni e buone armonie chitarristiche: a parte i suoni dai volumi mal calibrati la giovane band soffre purtroppo di un supporto ritmico realmente mediocre che non riesce a rendere abbastanza fluide le composizioni risultando a conti fatti troppo frammentati ed approssimativi…quindi da rivedere. Il pubblico sembra comunque gradire il mini concerto (mezzora spaccata d’orologio) dimostrando un coinvolgimento che diviene totale quando la creatura di Mikael Åkerfeldt attacca una ‘Ghost of Perdition’ che serve più che altro al tecnico del mixer per regolare l’output dei microfoni ed i volumi (con la batteria forse eccessivamente triggerata ed amplificata). Già dal secondo pezzo i livelli sono regolati a dovere e quindi si può iniziare ad analizzare la prova di una band che ancora una volta si dimostra un vero portento in sede live: del già citato Åkerfeldt impressiona la naturalezza con cui passa dal tipico growling (ma anche screaming) catacombale ad un pacato e caldo timbro pulito (delizioso in ‘A Fair Judgement’ ed in alcuni passaggi di ‘Bleak’, vero highlight della serata insieme alla conclusiva ‘Deliverance’); colpisce inoltre la sua inusuale verve umoristica che durante tutta la serata riempirà di “frecciatine” (alcune davvero divertenti) il pubblico milanese. Al suo fianco “l’amico di sempre” Peter Lindgren è un chitarrista veramente preciso e compensa in modo perfetto gli spazi vuoti lasciati dal compagno; un po’ svogliato pare essere Martin Mendez al basso mentre decisamente più coinvolti sono sembrati il recente innesto Per Wiberg alle tastiere (mai visto un headbanging così forsennato dietro dei tasti d’avorio) ed il sostituto di Martin Lopez (ancora in convalescenza) dietro le pelli…cioè Martin Axenrot (Bloodbath, Witchery, Nifelheim) che pur non possedendo la “finezza” del batterista titolare se la cava egregiamente in ogni pezzo. Abbiamo dunque assistito a due ore di musica heavy coinvolgente, variegata e tecnicamente ineccepibile…fossero sempre così i concerti saremmo tutti un poco più felici…“are you happy?” (cit.)

alberto.capettini

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Fan di rock pesante non esattamente di primo pelo, segue la scena sotto mentite spoglie (in realtà è un supereroe del sales department) dal lontano 1987; la quotidianità familiare e l’enogastronomia lo distraggono dalla sua dedizione quasi maniacale alla materia metal (dall’AOR al death). È uno dei “vecchi zii” della redazione ma l’entusiasmo rimane assolutamente immutato.

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