Italian Headbangers Fest: Live Report

Luoghi comuni a parte, è proprio il caso di dire che, se la prima edizione dell’Italian Headbangers Fest (si vocifera già di una seconda edizione quest’estate) è andata bene, è stato anche perché chi fa da sé fa per tre, o anche perché la fortuna aiuta gli audaci

La prima caratteristica di questo festival, svoltosi in due tappe, è che ha interessato dieci band italiane, orientate generalmente (a parte alcune eccezioni) sul filone dei generi power – prog, che si sono organizzate interamente da sole, hanno percorso la penisola su un unico tour bus e hanno fatto tutto senza ricorrere ad agenzie o quant’altro, a un prezzo di ingresso tutto sommato accessibile. Questo spirito, che rimanda molto agli anni ’80, quando proprio le agenzie non c’erano e bisognava fare di necessità virtù, ha dato la spinta nel momento dell’audacia e del coraggio, cioè quando, un giorno prima di quello concordato, il Matrioska di San Damaso (alle porte di Modena), dove si sarebbe dovuta tenere la seconda data del festival, viene improvvisamente chiuso. Ecco quindi che nel giro di pochissimo tutto viene dirottato sul non lontano Corallo, una discoteca a due piani con un programma live chiaramente indirizzato al rock. Su questo palco, a partire dalle primissime ore del pomeriggio, si esibiscono tutti i gruppi, con gli Elvenking come headliner e i Secret Sphere immediatamente prima di loro.

Tornando indietro, dopo i ferraresi Black Wings e il rock and roll dei Bad Bones, si esibiscono gli Empyrios, forse la band meno in linea con lo stile degli altri gruppi, anche se riconducibili al prog perlomeno da un punto di vista strumentale. A parte la presentazione di un brano inedito, introdotto dalla frase “spegnete la televisione e accendete il cervello”, i quattro romagnoli ripropongono soprattutto brani tratti da “The Glorious Sickness”, uscito lo scorso anno, come “Pandemonium” e “A New Dawn”, in un’esecuzione intensa, dinamica e sempre brillante.

Giocano quasi in casa, ed è uno dei momenti di maggiore affluenza di pubblico. I Trick Or Treat, nel tempo a loro disposizione, sfoderano praticamente tutto il loro repertorio consueto, a cavallo di un power metal scherzoso e caramelloso come sempre, che culmina in un gran finale con tanto di lancio di coriandoli sul pubblico durante “Like Donald Duck”. Come per gli Empyrios, la maggior parte dei brani eseguiti sono tratti dall’ultimo lavoro, ovvero “Tin Soldiers”, da cui si possono citare “Take Your Chance” e “Loser Song”, ma non mancano un paio di offsider d’eccezione, come “Evil Needs Candy Too”, che apre il concerto, la cover di “Girls Want To Have Fun” o la rielaborazione in chiave metal della sigla del cartone animato “David gnomo amico mio”. Uno dei due chitarristi è Luca Cabri, principale organizzatore dell’Italian Headbangers Fest, al quale vanno tutti i ringraziamenti del caso.

Nel frattempo siamo arrivati alla seconda parte del pomeriggio, ed è il turno degli Arthemis che, pur avendo il loro nucleo fondante nella provincia di Verona, rappresentata dal chitarrista Andrea Martongelli, si presentano con una formazione nuova di zecca, il cui cantante, Fabio Dessi, è ancora una volta modenese. La band, formata ora da quattro elementi, è nettamente proiettata verso il futuro, pertanto presenta quasi solo brani che andranno a comporre l’album “Heroes”, programmato per l’inizio di giugno. Come già riscontrato in altre occasioni, il sound degli Arthemis sembra essersi appesantito, e punta dritto in faccia a chi ascolta, grazie anche a titoli già di per sé essenziali, come “Vortex”, “7 Days” o “Scars On Scars”. Bisognerà forse abituarsi un po’ a questo nuovo corso; certo è che gli Arthemis versione 2.0 funzionano come un meccanismo ben oliato.

C’è tempo ancora per i DGM prima di una pausa per la cena (durante la quale chi scrive si allontana per fare rientro a casa), che la sera precedente a Roma avevano suonato come headliner. C’è modo quindi per farsi ammaliare da una formazione storica, anch’essa rinnovata grandemente nell’ultimo periodo, e che quindi fa un’esibizione concentrata su “Frame”, capitolo più recente della storia di questo gruppo. Nonostante la distanza geografica dalla città di provenienza, i DGM vengono accolti con molto calore e molta partecipazione da un pubblico competente, che apprezza grandemente brani come “No Looking Back”, “Enhancement” o “Brand New Blood”. Mark Basile, nuovo frontman, potrebbe essere scambiato più per un cantante di hardcore che per uno di progressive, ma la sua esecuzione è molto efficace in questo contesto.

Lo scambio delle maglie fra gruppi, per cui in diverse casi almeno uno dei membri delle band è salito sul palco indossando la maglietta di altri gruppi presenti al festival, sottolinea ancora una volta un’atmosfera caratterizzata da armonia e spirito di collaborazione. Non resta che augurarsi una seconda edizione quanto prima, viste le ottime premesse con cui si è conclusa questa.

Ulteriori foto del festival sono visibili a questo link.

anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

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