Grave Digger: Live Report della data di Milano

La nevicata notturna che ha per l’ennesima volta bloccato Milano poteva far temere qualche intoppo per l’arrivo dei Grave Digger e della loro attrezzatura; fortunatamente il concerto si è svolto regolarmente, eccetto per un lieve ritardo accumulato durante la serata che ha costretto il gruppo tedesco a tagliare un paio di pezzi dalla scaletta, per non sforare oltre il limite imposto delle 23:00.

Aprono le danze, in orario quasi preserale come ormai consuetudine, i tedeschi Taletellers che, viste anche le sneakers bianche e i gilet di jeans con le toppe, sembrano appena usciti da una macchina del tempo settata sul 1986; suonano infatti un heavy metal ottantiano che non si può definire facilmente in altro modo, quadrato e semplice e dai ritornelli anthemici. Convinti e grintosi, ma sembra difficile che possano lasciare un gran segno nel panorama metal attuale.

A seguire i giovani scozzesi Alestorm, con il loro folk metal di stampo piratesco arricchito dai riff di fisarmonica suonati dal cantante Christopher Bowes con la sua tastiera a tracolla (per quanto mi riguarda decisamente inguardabile!); sicuramente più personali del gruppo che li ha preceduti, anche se, essendo il genere molto di nicchia, sono inevitabili i rimandi a esponenti più noti come Skyclad o Korpiklaani.

Il suono impastatissimo purtroppo non li aiuta, e la voce del cantante è forse anche troppo gracchiante, ma riescono comunque nel loro intento di creare quell’atmosfera da taverna della filibusta che il pubblico mostra di apprezzare. Buon potenziale di crescita, ma devono ancora maturare un po’.

A salutare l’entrata dei Grave Digger non c’è purtroppo una platea particolarmente vasta, l’affluenza si può stimare sulle 300 persone, ma in compenso sono tutti aficionados del gruppo tedesco e ce la mettono tutta per far sentire la propria presenza, ancora prima che risuonino le note dell’intro del recentissimo album "Ballads Of A Hangman". Un’ovazione accoglie il cantante Chris Boltendahl, simbolo della band e unico superstite della formazione originale dei primi anni ottanta, il quale si dimostra in ottima forma fisica e ancora capace di guidare le danze con entusiasmo. Naturalmente il resto della band è all’altezza della situazione, in particolare i due chitarristi Manni Schmidt, con un passato nei Rage, e il recente acquisto Thilo Hermann, ex Running Wild, che costituiscono una coppia di asce già perfettamente affiatata e spesso artefice di belle armonie intrecciate.

Chi è presente al concerto sa naturalmente cosa aspettarsi dai Grave Digger: un tipico heavy metal teutonico solido e roccioso, senza particolari concessioni alla varietà o alla modernità, e i tedeschi regalano esattamente questo, senza risparmiarsi; il pubblico risponde calorosamente con un headbanging entusiasta e anche con qualche sprazzo di pogo non più così comune ai concerti power metal. La scaletta spazia su quasi tutta la storia della band, accostando i pezzi più seminali degli esordi come "Witch Hunter" e "Headbanging Man" alla produzione relativamente più recente dei concept epici e narrativi, ma non per questo meno incisivi, fra cui "Lionheart", "Stormrider", "Knights Of The Cross", "Excalibur" e "The Dark Of The Sun"; non mancano alcuni momenti in cui il ritmo rallenta, come in "Silent Revolution", dedicata a Ghandi (!) o "The House", in cui si crea una atmosfera più intimista grazie a dei sapienti giochi di luce.

Giusto prima dei bis finali arriva la canzone forse più attesa e invocata dai fan, quella "Rebellion (The Clans Are Marching)" simbolo del lavoro migliore dei Grave Digger, "Tunes of War"; il concerto si chiude con "The Round Table", "Pray", leggermente più melodica del resto del set, e naturalmente con l’immancabile inno "Heavy Metal Breakdown", cantata a gran voce da tutto il pubblico: insomma, se servivano conferme, lo scavafosse è ancora in azione ed è alla ricerca di nuovi clienti!

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