Don Airey: live report della data di Brescia

Dopo avere suonato praticamente con tutti, Don Airey, uno dei tastieristi viventi più importanti ed influenti, ha finalmente trovato un po’ di tempo per se stesso. Con la discrezione, la cordialità e l’eterno sorriso che contraddistinguono questo giovanotto che a giugno compirà 66 anni, l’attuale tastierista dei Deep Purple si porta dietro una band altrettanto professionale e dalla storia imponente, di cui fanno parte, tra gli altri, il chitarrista di Jamiroquay, che non farà metal, certo, ma sa destreggiarsi fra ritmi funky e assoli eseguiti inizialmente da Ritchie Blackmore, e il bassista Laurence Cottle che, a dispetto dell’aria da impiegato del catasto, in realtà ha una carriera che va dal jazz all’heavy, con una breve presenza anche nei Black Sabbath. Quella di Brescia è la prima data dal vivo di questa formazione, cosa che praticamente non si nota, perché l’intesa fra Don Airey e il resto della band è perfetta, e marcia su binari dritti e sicuri. Si comincia con alcuni estratti da Keyed Up” (la recensione), pubblicato il mese scorso, e la prima cosa che si nota è proprio come questi pezzi, in particolare “3 In The Morning”, che apre il concerto così come apriva il disco, abbiano una resa eccellente anche in sede live. Il concerto sfiora le due ore di durata, che volano via in un soffio, in un’altalena di emozioni, contrassegnate comunque dall’eterno sorriso di Don Airey, che si destreggia fra tastiera, hammond e moog con una classe senza pari. Con “Mini Suite” c’è modo di ricordare il compianto Gary Moore, che incide questo pezzo prima di lasciare questa terra, mentre la parte finale della performance è tutta dedicata al passato, con molti estratti dal repertorio dei Rainbow e un finale, un po’ scontato a dire la verità, ma sempre gustoso, con un classico del repertorio dei Deep Purple, qual è “Black Night”, cori del pubblico compresi.

Due band interessanti anche come opening act. Gli Headless sono marchigiani, ma portano con loro alla voce una stella di prima grandezza, che risponde al nome di Goran Edman, e che pur mantenendo sul palco, da bravo nordico, una maggiore freddezza, almeno apparente, sa dialogare col pubblico con grande ironia, e riesce anche a far rievocare il suo trascorso con Yngwie Malmsteen (che lui non nomina mai, ma ne parla facendo intuire che la separazione non sia stata proprio pacifica) quando la band esegue “Beedrom Eyes” (contenuta nell’album “Eclipse”, uscito nel 1990, che aveva appunto Edman alla voce). L’apertura di tutto spetta invece ai bresciani Alchemy, che sono stati aggiunti all’ultimo momento ma evidentemente non soffrono di moltissimi timori reverenziali, e anzi sanno realizzare una serie di buoni brani di hard melodico.

Cosa manca quindi in questa eccellente serata all’insegna dell’ottima musica e dei musicisti di grande valore? Assolutamente niente. Ah, no, una cosa è mancata in realtà. Il pubblico. Perché tutto questo si è svolto davanti a circa cinquanta persone, compreso il personale del locale. Molto triste tutto ciò, anche perché non è molto chiaro il motivo di questa scarsissima affluenza. Il concerto si teneva all’inizio del week end, il costo del biglietto non era eccessivamente alto (e il Colony è uno di quei locali in cui, se compri il biglietto in prevendita, paghi meno), la pubblicità è stata fatta, i Deep Purple non avranno il seguito degli One Direction ma insomma, non sono proprio gli ultimi arrivati, e “Keyed Up” è un disco degno di decine di ascolti. Mistero.

Setlist Don Airey:

–          3 In The Morning

–          Light In The Sky

–          Solomon’s Song

–          Spot Light Kid

–          Mini Suite

–          Grace

–          Fire

–          The Way I Fell Inside

–          Difficult To Cure

–          All Night Long

–          Lost In Hollywood / Light In The Sky

–          Gimme Some Lovin’ / Black Night

2 Comments Unisciti alla conversazione →


  1. MARK HUGE

    ….molto strano davvero , anni fa nel 2000 credo, ho avuto l’onore di cantare alla Sfinge di Brescia (locale ormai chiuso!) con Gae manfredini e un certo Ian Paice ed era pieno zeppo….forse il buon Don non ha lo stesso appeal di Paice ma cazzo è un grande anche lui….penso comunque che il motivo della scarsa affluenza sia dovuto alla enorme ignoranza musicale che ci distingue rispetto agli altri paesi europei ….punto!!!……e poi ci lamentiamo se quelli del colony club fanno suonare solo cover bands di ligabue o vasco o i modà……brrrrrr

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