Dark Lunacy: live report della data di Bologna

Un sabato di festa quello scorso per i Dark Lunacy. Reduci dal successo di critica (e pubblico) del recentissimo “The Rain After The Snow”, i nostri hanno scelto l’Alchemica di Bologna per festeggiare l’uscita dell’ultimo album. Una serata di festa dicevamo, aperta dai romani Black Therapy.

Di recente tornati sul mercato con l’album “In The Embrace Of Sorrow, I Smile”, uscito lo scorso anno per Apostasy Records, il quintetto della capitale si è reso protagonista di uno show dinamico ed apprezzato. La band del frontman Giuseppe Di Giorgio e del chitarrista e fondatore Lorenzo Carlini, si è dimostrata abile e dinamica nell’intrattenere la folla che andava occupando gli spazi del locale bolognese. Dopo una breve intro il quintetto ha subito scelto di picchiare durissimo un death melodico dalle chiare influenze svedesi, aprendo le danze con la tirata title track. Neanche un secondo di pausa e subito “The Final Outcome” (estratta dall’omonimo EP del 2014). Una prestazione energica, di buona qualità, per una band che dal vivo sembra aver trovato una dimensione in bilico tra potenza e precisione. E poi via, scivolando verso la fine con “She, The Weapon” e “Stabbed”, fino ai saluti affidati a “Mad World”. Quest’ultima cover dei Tears For Fears, ma ispirata alla versione di Gary Jules, inclusa anche nella colonna sonora del film Donnie Darko. Un buon concerto, per una band che con un pizzico in più di “rischio” nelle composizioni potrebbe emergere definitivamente.

Buio in sala, ed il brusio di attesa spento dalle note dell’intro dei Dark Lunacy. Appena entrato sul palco il frontman Mike Lunacy le cose si fanno molto serie: “Ab Umbra Lumen” fa esplodre il pubblico presente che subito dimostra di aver assimilato le nuove composizioni. Neanche un secondo per rifiatare che “Aurora”  non rallenta l’urgenza di uno show che sin dalle prime note si è dimostrato molto intenso. Gran cerimoniere della serata l’ispiratissimo Mike Lunacy, aggrappato al microfono per urlare a pieni polmoni canzoni composte in 20 anni di carriera.

Poi la doppietta “Defaced” e “Tide Of My Heart”, quest’ultima una delle canzoni più convincenti di “The Rain After The Snow” urlata con intensita da Mike e da un pubblico sempre più caloroso. Boato – letterale – per la storicaThrough the non time”, pezzo di bravura dell’heavy metal tricolore estratto dal capolavoro “Forget-Me-Not”. Nuovo spazio per le composizioni recentissime (altrimenti che “release party” sarebbe?) con “Howl”, che con il suo groove si candida seriamente tra le canzoni più belle di una carriera intensa. Un pezzo di storia importante dell’heavy metal tricolore.

Una serata intensa, conclusa dopo aver viaggiato negli anni tra “Motherland” e “Dolls” da “Heart Of Leningrad”e da “Gold Rubies And Diamonds”. Uno show intenso, vissuto con passione da band e pubblico presente. Una band che con un pugno di canzoni ed un palco a disposizione di dimostra professionale ed emozionante. Un cocktail che tutti i musicisti dovrebbero imparare.

Molto positiva la prova dei “nuovi” Marco Binda alla batteria e  Davide Rinaldi alla chitarra, sostenuti al basso da uno Jacopo Rossi sempre preciso ed impeccabile. Bene, bravi, bis (cit.).

 

 

 

 

 

Saverio Spadavecchia

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Capellone pentito (dicono tutti così) e giornalista in perenne bilico tra bilanci dissestati, musicisti megalomani e ruck da pulire con una certa urgenza. Nei ritagli di tempo “untore” black-metal @ Radio Sverso. Fanatico del 3-4-3 e vincitore di 27 Champions League con la Maceratese, Dovahkiin certificato e temibile pirata insieme a Guybrush Threepwood. Lode e gloria all’Ipnorospo.

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