Bad Religion: Live report della data di Milano

L’età non conta. Non conta quella dei convenuti, perchè di punk rockers d’antan questa sera ce n’erano un bel po’ al Market Sound e nemmeno quella dei Bad Religion, una band con tante rughe e i capelli bianchi, ma che riesce ancora a tenere il palco per quasi novanta minuti e infilare trenta canzoni di punk della vecchia scuola americana con un’energia che tanti new comers possono giusto immaginarsi.

E noi, “lovely dirty fuckers”, come un incontenibile Jay Bentley si pregia di definirci, non possiamo fare altro che ringraziare, con un pogo indiavolato o saltando come grilli. L’importante è non stare fermi, cosa peraltro impossibile in questa serata dove i losangelini snocciolano una hit dietro l’altra. Prima di loro il palco è dei Siveral, promettente band tricolore dedita a un rock alternativo nelle corde dei 30 Seconds To Mars ma dal tiro più radiofonico (a noi hanno ricordato anche qualcosa dei Subsonica e dei Muse), un po’ fuori contesto come opening act per i Bad Religion, ma sicuramente apprezzabili. Nella mezzora a disposizione il gruppo propone alcune tracce dal gusto molto nineties, con interessanti soluzioni sperimentali à la Trent Reznor, mostrando buone doti tecniche e un’acquisita padronanza del palco.

L’attesa per i Bad Religion è però palpabile e quando gli adorabili bastardi irrompono sul palco trascinati da un Greg Graffin che fa subito il diavolo a quattro, non ce n’è più per nessuno. D’altronde gli americani iniziano con un trittico come “Crisis Time”, “Social Suicide” e subito “Generator” e gli animi si infiammano. Il buon Greg, al di là dell’aria mite è un vero istrione arringa folle, ma Jay Bentley a volte, gli ruba la scena con una simpatia contagiosa, forse motivata dalla visibile fattanza, ma poco importa. Mike Dimkitch e Brian Baker sono più posati ma altrettanto ammiccanti, mentre il drummer Jamie Miller pesta come un dannato.

L’energia e l’interazione con il pubblico non mancano mai, per quanto la band spesso termini una canzone per attaccarne subito un’altra, senza tanta flemma. Perchè, come ci spiega Greg prima di “Los Angeles Is Burning”, i Bad Religion non sono inglesi ma americani (“Hey! Non, siamo mica i The Damned!”, gli fa eco l’indomabile Jay) e il punk americano non scherza. E allora via, spazio ad alcuni dei pezzi più conosciuti del loro repertorio, tra cui “Fuck You”, “Come Join Us”, “Recipe For Hate”, “Do What You Want”, “I Want To Conquer The World” e ancora “Fuck Armageddon…This Is Hell”, questa a dimostrazione di come il gruppo non si sia ancora addolcito (e non sia mai!)

E’ un concerto intenso e vissuto da tutti i presenti quello di stasera, che ci riserva un gustoso encore con l’attesissima “Punk Rock Song”, “Infected” e naturalmente l’inno “American Jesus”. E il pubblico è tutto per loro, per una band che picchia duro e non getta la spugna, alla faccia di chi vorrebbe il punk e il rock morti e sepolti. E allora un applauso ai Bad Religion! I californiani hanno scaldato questa serata milanese a dovere, in attesa del prossimo studio album che, nelle parole di Greg, dovrebbe uscire nel corso del 2017.

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andrea.sacchi

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Poser di professione, è in realtà un darkettone che nel tempo libero ascolta black metal, doom e gothic, i generi che recensisce su Metallus. Non essendo molto trve, adora ballare la new wave e andare al mare. Ha un debole per la piadina crudo e squacquerone, è rimasto fermo ai 16-bit e preferisce di gran lunga il vinile al digitale.

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