Anathema + Mother’s Cake: live report della data di Milano

Con una cadenza regolare che è ormai una sicurezza, tornano in Italia gli Anathema, questa volta per presentare l’ultima loro creazione, quel “Distant Satellites” che ha ricevuto pareri contrastanti da fan e critica ma che non ha fatto scemare l’accoglienza a loro riservata dal pubblico milanese.

Si parte abbastanza presto (non dimentichiamo la spada di Damocle che incombe sui locali milanesi per l’orario di chiusura concerti) col trio dei misconosciuti Mother’s Cake fautori di un interessante mix di classic rock, funky e psichedelica che non difetta di attitudine ma andrebbe riveduto in molti aspetti. Avevamo dato qualche ascolto al loro “Creation’s Finest” del 2012 e non eravamo rimasti particolarmente impressionati perché, a parte un buon potenziale tecnico esecutivo, i pezzi non riescono a coinvolgere ed essere memorizzati; la prova live non ha che confermato questa impressione anche se i ragazzi sono stati ben accolti da parte di un pubblico che si stava infoltendo sempre più.

Le note di “The Lost Song Part 1” aprono in maniera raffinata l’ennesima prova maiuscola della band di Liverpool nel nostro paese con un Vincent Cavanagh che forse ci ha messo più tempo di altre volte a scaldare la voce ma essendo ottimamente coadiuvato da Lee Douglas non fatica a farsi apprezzare come uno dei vocalist migliori della scena rock attuale.
Curioso l’avvicendamento alla batteria, con il membro storico John Douglas che lascia spazio per quasi tutto lo show al polistrumentista Daniel Cardoso che obiettivamente è meno istintivo ma più preciso sullo strumento (non dimentichiamo che sono sue tutte le parti di batteria proprio su “Distant Satellites”); il direttore d’orchestra rimane comunque Danny Cavanagh (non fosse altro per il peso che ha a livello di songwriting) che però ha avuto qualche problema di output sonoro, soprattutto nella prima parte del concerto.
Tutte e tre le parti di “The Lost Song” verranno riproposte con precisione affiancate all’accoppiata indissolubile “Untouchable Part 1” e “Untouchable Part 2” indiscutibilmente tra gli highlight della serata; un altro pezzo che viene catapultato direttamente tra i classici è sicuramente l’eponima “Anathema” (l’acuto in uscita dal chorus che sfocia nell’assolo di chitarra è da urlo) mentre la sorpresa della serata è l’esecuzione di “Ariel”, pezzo che su album non aveva strappato applausi.
A tutto ciò vanno affiancate le belle esecuzioni di “Thin Air”, “The Beginning And The End” ed i super classici “Fragile Dreams” (in chiusura), “Closer” e “ A Natural Disaster” mentre continuiamo a nutrire qualche dubbio sulla piega elettronica intrapresa in pezzi come “Distant Satellites” e “Take Shelter”.
Questione di lana caprina signori perché per l’ennesima volta gli Anathema in versione live sono da promuovere con lode confermandosi come una band trasversale dalla classe innata.

Anathema

 

Mother’s Cake

Mairo Cinquetti

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Inguaribile punkettone e amante di tutto ciò che fa tupa-tupa. La mia dimensione ideale è dentro al pit, armato di reflex e pronto a immortalare tutti ciò che va oltre la musica.

alberto.capettini

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Fan di rock pesante non esattamente di primo pelo, segue la scena sotto mentite spoglie (in realtà è un supereroe del sales department) dal lontano 1987; la quotidianità familiare e l’enogastronomia lo distraggono dalla sua dedizione quasi maniacale alla materia metal (dall’AOR al death). È uno dei “vecchi zii” della redazione ma l’entusiasmo rimane assolutamente immutato.

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