Amon Amarth: Live Report della data di Milano

Eccellente kermesse di metal vichingo questa sera all’Alcatraz di Milano, che ospita gli svedesi Amon Amarth, recenti autori dell’ottimo ‘With Oden On Our Side’ e forti del consenso già raccolto in sede live durante l’esibizione all’Evolution Festival.

Il grido che segna l’inizio della battaglia arriva però dalle lontane Isole Far Oer e a darlo sono i Tyr, act giovane ma già con tre full-length alle spalle tra cui l’ottimo ‘Ragnarok’, pubblicato in Settembre da Napalm Records con notevoli responsi da parte della critica musicale. La band si presenta sul palco con tanto di costumi scenici e si prepara a intrattenere il pubblico con una performance davvero esaltante, in cui i nostri danno lustro ad alcuni successi tra cui spiccano ‘Hail To The Hammer’ (tratta dal debut ‘How Far To Asgaard’), ‘Wings Of Time’ e la stessa ‘Ragnarok’. Il loro è un viking metal particolare, ornato da sontuosi ricami progressive e splendidi cori che rendono i brani carichi di enfasi e riproposti con grande precisione in sede live. Uno show breve ma davvero coinvolgente, speriamo di poterli rivedere presto in un contesto più ampio.

Meno convincente a giudizio di scrive (ma comunque graditissima ai presenti) è la performance dei Wintersun (da Helsinki), four piece guidato dall’ex-Ensiferum Jari Maenpaa. Il loro power/death debitore ai primi Children Of Bodom è senza dubbio reso con grande perizia tecnica, ma la poca versatilità delle canzoni lascia alcune punte di noia. Un altro dubbio riguarda il fatto di aver posto in seconda posizione un act con un solo full-length alle spalle (l’omonimo debut risale al 2004), che in pratica viene eseguito quasi per intero. Alcuni ottimi episodi (‘Winter Madness’ e la melodica ‘Death And The Healing’) misti ad altri (‘Battle Against Time’ e ‘Beyond The Dark Sun’) che provocano qualche sbadiglio. Il bagaglio esecutivo di Jari e soci è senza dubbio di prim’ordine, ma la struttura simile dei brani non si rivela un’arma vincente.

E finalmente gli Amon Amarth irrompono sul palco dell’Alcatraz. I seguaci di Odino attaccano con ‘Valhall Awaits Me’ scatenando subito l’entusiasmo del pubblico, la cui attenzione è rivolta per intero al gigantesco vocalist Johan Hegg, ottimo interprete delle song guerresche dei cinque di Tumba e abile nel coinvolgere al massimo tutti gli “italian vikings” giunti questa sera. La maggior parte delle song è estratta proprio dall’ultima fatica in studio (oltre a ‘Valhall Awaits Me’ citiamo ‘Runes To My Memory’, ‘Asator’, la titletrack e ‘Cry Of The Black Birds’), ma nell’ora e mezza di concerto gli Amon Amarth riusciranno comunque a proporre una scaletta varia che toccherà numerosi episodi della loro discografia. Segnaliamo tra le altre ‘Death In Fire’, ‘The Fate Of Norns’, ‘The Last With Pagan Blood’ , la splendida ‘Victorious March’ e a sorpresa ‘Once Sent From The Golden Hall’, tratta dall’omonimo debutto. Come da copione il biondo Johan è il vero trascinatore, un vocalist dal grande carisma pronto a manifestare più volte l’affetto della band verso il pubblico italiano. Il resto della truppa vichinga compie il suo dovere con professionalità e coinvolgimento nella performance, in particolare il drummer Fredrik Andersson, pur monolitico, trascina la sezione ritmica in una performance potente e di spessore. Il ritorno sul palco è affidato all’anthemica ‘Pursuit Of Vikings’, introdotta dall’inconfondibile riff che riceve subito un’ovazione da parte del pubblico, che i nostri saluteranno con ‘Versus The World’ e ‘Gods Of War Arise’, tratta ancora da ‘With Oden On Our Side’, song che va chiudere uno show apprezzato dagli astanti, che supportano con calore e fino all’ultimo i propri beniamini.

E visibilmente compiaciuto, il gigante Joahn sorride e sorseggia ancora una volta dal corno legato al fianco.

andrea.sacchi

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Poser di professione, è in realtà un darkettone che nel tempo libero ascolta black metal, doom e gothic, i generi che recensisce su Metallus. Non essendo molto trve, adora ballare la new wave e andare al mare. Ha un debole per la piadina crudo e squacquerone, è rimasto fermo ai 16-bit e preferisce di gran lunga il vinile al digitale.

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