Pearl Jam – Recensione: Live On Ten Legs

Seguito di “Live On Two Legs”, questo “Live On Ten Legs” è la naturale prosecuzione del suo predecessore e, col suo titolo, vuole sottolineare e magnificare ancora di più la compattezza e l’alchimia raggiunta dal quintetto dello stato di Washington.

Per iniziare, però a parlare di questo nuovo prodotto targato PJ, partiamo subito dal fatto che questa specie di “Greatest Hits Live” contiene, oltre a brani ripescati dall’intero repertorio della band, anche due cover: l’iniziale (come praticamente sempre succede nei concerti dei PJ, che danno il via alle danze con un brano non loro) “Arms Aloft” dell’indimenticato Joe Strummer e dei suoi Mescaleros e “Public Image” dei P.I.L. (band di Johnny Rotten post-Sex Pistols, per chi non lo sapesse).

I Pearl Jam, in questo live assemblato prendendo registrazioni che spaziano dal 2003 al 2010, azzeccano tutto. Ma d’altronde, è sempre stato sul palco che la band ha sempre saputo dare il meglio di se, grazie, oltre alla bravura tecnica dei suoi componenti, anche e soprattutto allo splendido rapporto che hanno con i fan di tutto il mondo.

E così ogni canzone qui proposta diventa una grande canzone, ogni classico un grande classico. Ovviamente, ampio spazio è dato ai brani dell’ultimo “Backspacer”, ma nella scaletta trovano posto pezzi da tutta la discografia dei PJ (addirittura “State Of Love And Trust”, comunque spesso proposta dal vivo e proveniente dalla colonna sonora di “Singles”, film dell’ormai lontano 1992), anche dai capitoli più deboli, che riproposti sul palco, col calore del pubblico a supporto, assumono tutta un’altra valenza fino a diventare trascinanti e importanti, quasi al pari di masterpiece come “Alive”, “Nothing As It Seems”, “Spin The Black Circle”, “Animal” e “World Wide Suicide”.

A chiudere, poi, il lotto di queste ben diciotto canzoni, ci pensa, come sempre, “Yellow Ledbetter”, con quello che ormai ha assunto del tutto, nel corso degli anni, la figura di un inside joke bello e buono, ovvero il testo della canzone, barcollante e velato di incertezza. Incertezza nel senso che, anche se passano gli anni e molti si sono cimentati in disamine filosofiche ed improbabili traduzioni, ancora non si capisce cosa il buon Eddie Vedder stia dicendo al microfono. E non è impresa facile, proprio perché, in ogni interpretazione (tra l’altro sempre semi-biascicata), l’istrionico cantante cambia volutamente parole o piccoli pezzi di frasi che rendono, ancora una volta, impossibile capire al 100% di che diamine parli questa canzone. Ma il bello, alla fine, è anche questo.

Sono queste piccole cose che danno un valore aggiunto al prodotto. Quasi un senso d’intimità che ti fa sentire di essere lì, all’aria aperta con la band e migliaia di altre persone, piuttosto che in casa, solo/a, tra quattro mura. E sono queste piccole cose che danno anche un senso all’acquisto, perché, infatti, le canzoni sono praticamente dei facsimile di quello che si può ascoltare in uno studio album per quanto sono rese impeccabilmente, ma il trasporto e gli scherzi e le lievi imperfezioni, sono quelle che ti fanno capire quanto grande possa essere questa band e quanto varrebbe la pena di goderseli e gustarseli dal vivo.

Aspettando che ritornino nel belpaese, rimane questo bel prodotto, alla fine una sorta di compendio live, per chi proprio non può resistere all’attesa.

Voto recensore
7,5
Etichetta: Universal

Anno: 2011

Tracklist:

01.  Arms Aloft

02.  World Wide Suicide

03.  Animal

04.  Got Some

05.  State Of Love And Trust

06.  I Am Mine

07.  Unthought Known

08.  Rearview Mirror

09.  The Fixer

10.  Nothing As It Seems

11.  In Hiding

12.  Just Breathe

13.  Jeremy

14.  Public Image

15.  Spin The Black Circle

16.  Porch

17.  Alive

18.  Yellow Ledbetter


Sito Web: http://www.pearljam.com/

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