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Lipz – Recensione: Changing The Melody

E’ un legame evidentemente forte quello che lega i glam rocker svedesi Lipz con il nostro Paese: se infatti il loro album di debutto fu pubblicato dalla Burning Minds Group di Stefano Gottardi, è oggi il turno di Frontiers farsi carico dell’uscita del suo successore, intitolato “Changing The Melody”. Una nuova partnership sulla quale il quartetto scandinavo sembra puntare molto, dal momento che molti – forse addirittura troppi – sono i rimandi alla presenza imponente dell’etichetta partenopea nel testo di presentazione del disco. Formati nel 2011 e composti dai fratelli Alexander e Koffe Klintberg (rispettivamente voce e batteria), Conny Svärd (chitarra) e Chris Young (basso), i Lipz ritornano dunque con un lavoro succinto, che in soli trentacinque minuti riesce ad includere dieci tracce ed una sana dose di intrattenimento. Se dal punto di vista della produzione non c’è molto da segnalare, in virtù di un suono pulito ma non propriamente esplosivo, da quello stilistico siamo dalle parti di un robusto hard rock, naturalmente votato ad una cantabilità trascinante ed immediata. Con una particolare cura riservata ai ritornelli, ed ai cori che li rendono ancora più efficaci e corposi, i Lipz sguazzano allegri in quell’etichetta “glam” che gli permette di offrire divertimento senza pretese e senza eccessive sottigliezze.

Lipz - "Bang Bang" - Official Music Video

Non c’è quindi molto da segnalare per quanto riguarda gli arrangiamenti, che si presentano come successioni piuttosto prevedibili di accordi, e neppure si registrano soluzioni in grado di distinguere “Changing The Melody” dalla massa: l’impressione, se ad esempio ci soffermiamo sullo stacco tra l’openerI’m Going Under” e la successiva title-track, è piuttosto quella di un suono omogeneo ma variamente declinato. Un’impostazione stilistica unica e coerente, volendo considerare il bicchiere mezzo pieno, ma anche statica ed a forte rischio ripetitività, dal momento che la personalità non è certamente il tratto sul quale i Lipz hanno scelto di puntare. Se ogni traccia scorre fluida e facile, rimane difficile individuare dove si nasconda (bene, evidentemente) l’unicità o la novità di questa onesta proposta alla Bai Bang (“Bang Bang”), che nelle altisonanti premesse dovrebbe “ridefinire il panorama del glam rock” e invece si ritrova a citare stancamente i Roxette.

Soffermandoci su un paio di aspetti, si può anzitutto spendere una parola sul cantato di Alexander Klintberg, quasi sommesso e raramente in grado di trasmettere quella rabbia gioiosa o quell’allusività piccante ed ammiccante che caratterizza il genere. Se alla sua interpretazione non si possono muovere appunti, c’è però una mancanza di mordente (“Secret Lover”) che rende ogni episodio puramente descrittivo e didascalico, difficilmente in grado di trasmettere quello sporco in grado di farci volare con la fantasia, e le fantasie. E ancora, a contribuire al senso di piattezza c’è una performance strumentale che – a partire dalle chitarre per finire al drumming – accompagna ma non riserva alcun acuto, né esibisce scelte di carattere personale. Va bene che gli scandinavi sono bravi a limare e rifinire, ma per colpa di questa eccessiva pulizia “Changing The Melody” assume le fattezze di un prodotto timido e di sonorità AOR (“Bye Bye Beautiful”) perfettamente dignitoso se considerato in sé, e pure gradevole quando alle prese con gli episodi più lenti e romantici (“Freak”, “I Would Die For You”), ma che poco c’azzecca con il face painting, la dirompente copertina ed i proclami che hanno seguito un cambio di label che sembrava la soluzione a tutti i problemi.

Con questa seconda uscita i fratelli Klintberg si fanno artefici di un prodotto curato ma che difficilmente si estende oltre i noiosi confini di un compitino ben svolto e che, soprattutto nelle industriose mani di Frontiers, suona come un’occasione gettata alle proverbiali ortiche. In un panorama affollato nel quale c’è bisogno di spiegarsi e differenziarsi, con argomentazioni che spesso il pubblico considera più importanti del mero aspetto musicale, i Lipz ritornano con un rock melodico e fondamentalmente inoffensivo (“I’m Alive”) sufficiente a salvare appena metà della scaletta, nonostante la durata contenuta dell’intero disco. Qualche nota blues, un paio di echi ed una manciata di ritornelli con la stessa consistenza luccicante di una bolla di sapone sono un po’ pochino non solo per una band che con questo secondo disco mirava alla stelle, ma anche per una qualsiasi realtà che ambisca ad essere riconosciuta per capacità diverse da una decorosa – ma deludente – emulazione del già sentito.

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