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Linkin Park – Recensione: One More Light

Vi ricordate quando eravate molto molto giovani (mi rivolgo soprattutto a voi, figli, come me, degli ultimissimi anni ’80), cominciavate già ad essere incazzati col mondo e vi siete innamorati inevitabilmente di pezzi indimenticabili come “In The End”, “Somewhere I Belong”, “Breaking The Habit”, “Numb”?
Ecco, prendete quel ricordo, tenetevelo stretto e state lontani da questo “One More Light”, ultima fatica di studio dei Linkin Park, una band che, nel bene o nel male, ha segnato una generazione.

Fin dai primi singoli estratti, in molti hanno criticato la svolta sfacciatamente commerciale della band; ma il punto non è questo: diciamocelo in tutta onestà, i Linkin Park hanno sempre avuto un taglio poppettaro, radiofonico, da MTV o come vogliamo chiamarlo, ma sono stati capaci di regalarci brani innovativi nel loro genere, emozionali ed emozionanti.
“One More Light” è un disco che non riesce a dire molto e, lo ripetiamo, non per il genere che sceglie di abbracciare, quanto perchè nell’album non ci sono quelle che, semplicisticamente, si possono definire belle canzoni.

La banalità dei motivetti che attraversano le 10 composizioni del disco è quasi fastidiosa, a partire dalle vocine campionate che introducono l’ascoltatore nel mondo di “Nobody Can Save Me” e “Good Goodbye”, in cui almeno la presenza del rappato richiama vagamente alla mente i vecchi tempi, e continuano poi a spuntare ad intervalli regolari all’interno dei brani.
Ma sono le campionature elettroniche a farla da padrone, in una sorta di anonimato artistico in cui perfino la “ballad” e title track “One More Light” non riesce a distinguersi dal resto del platter.
Il lato positivo del disco sembra quindi essere la sua brevità, che almeno smorza l’agonia nostalgica del fan medio dei Linkin Park e fa accogliere con giubilo l’arrivo della conclusiva “Sharp Edges”, un brano a metà tra Ed Sheeran e Bruno Mars, in cui la vocalità di Chester Bennington arriva a ricordare pericolosamente quella di Adam Levine.

L’impressione generale è davvero quella di un disco registrato perchè bisognava farlo o forse di un tentativo di virata stilistica svuotata di veri contenuti.
Di fronte a “One More Light”, non ci resta davvero che riconoscere che il tempo è passato, noi siamo cresciuti, qualcosa è cambiato e a volte, si sa, non sempre i cambiamenti sono in positivo.

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