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Crisis – Recensione: Like Sheep Led To Slaughter

Il suono claustrofobico. Una voce che urla e dilaga. La melodia, una pausa prima del nuovo dolore.

I Crisis sono tornati.

E noi, come pecore condotte al macello non possiamo non seguirli in questo nuovo viaggio verso gli abissi dell’animo e della mente umana. Un viaggio verso il basso, quasi una caduta in un vortice sonoro fatto di spigoli hardcore e industrial, ma anche di carezze folk e nu metal, in cui spicca come e più di sempre la voce di Karyn Crisis, novello Caronte che ci conduce per mano verso i lidi in cui non vorremmo mai attraccare. Un approccio vocale nuovamente variegato all’eccesso: sia in senso verticale, passando dal growl al pulito con l’eleganza persa in ‘The Hollowing’, sia in ambito orizzontale, con aperture che richiamano come mai prima d’ora uno spirito rock (e quasi ‘n roll) creduto impossibile a queste latitudini.

Ma i Crisis non sono mai stati solo Karyn. La sua e’ la ciliegina che sovrasta una torta fatta di mille gusti diversi, dove ogni sapore si amalgama alla perfezione con l’altro. Una torta da mangiare con calma, perché ad un primo assaggio si può rimanere scontenti di un sapore che potrebbe sembrare troppo uguale al morso precedente. Soprattutto se alla degustazione non si dedica tutta l’attenzione che si merita.

Scordatevi un ascolto superficiale, oggi più di ieri non si può considerare la musica dei Crisis come entertainment. I cinque sono qui per insegnarci che anche dal dolore più struggente si può trarre qualcosa di buono. E noi non siamo stati mai bravi allievi come oggi.

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