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Crowbar – Recensione: Lifesblood For The Downtrodden

I Crowbar: il dolce conforto del saper già cosa stai andando ad ascoltare. E che ciò che ascolterai difficilmente ti deluderà.

Torna all’ovile Craig Nunenmacher e arriva anche Rex Brown per una sezione ritmica che caratterizzerà l’intero album, dando il supporto ai classici giri grossi e grassi messi sul tavolo dalla parte chitarristica del combo statunitense. Siamo dalle parti dello sludge metal, non c’è dubbio, ma come da un magma emergono qua e là spunti diversi, riffoni sabbathiani, rallentamenti melodici e aperture che non ti saresti mai aspettato, come l’inizio di ‘Moon’ che suona incredibilmente Paradise Lost. Il contributo di Brown, all’opera anche come co-produttore insieme a Warren Riker, porta alla causa qualche influenza presa dai Down, e non solo in sede di produzione. La conclusiva ballata ‘Lifesblood’ sembra una di quelle canzoni studiate per la voce di Phil Anselmo, sporche e melodiche allo stesso tempo.

L’influenza Down emerge anche in altri frangenti, riducendo il tasso claustrofobico del Crowbar Sound verso una direzione maggiormente “ariosa”. Non si può parlare di ammorbidimento, certo, però si nota, anche nelle parti vocali, una certa voglia di uscire dall’ossessiva ripetizione di certi schemi per andare a sposare nuove soluzioni. Non siamo ai massimi livelli mai espressi da questa band, ma ‘Lifesblood for the Downtrodden’ rappresenta una gradita conferma ed un possibile punto di partenza verso nuove strade, magari già battute da altri ma sicuramente coinvolgenti.

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