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Leviathan – Recensione: Heartquake/Redux

Negli anni ’80 il prog rock aveva avuto una seconda vita col movimento, nato in Inghilterra, del cosiddetto New Prog, che rivisitava in chiave attualizzata (ovviamente rispetto ai tempi) la lezione dei seventies, producendo band che, in alcuni casi, sarebbero state particolarmente significative, durando anche nel tempo. Quel movimento musicale aveva avuto una sponda anche dalle nostre parti, vuoi per il fatto che da sempre l’Italia è stata ricettiva nei confronti del progressive, e dato non secondario, era stata a sua volta una fucina di band di assoluta eccellenza, oltretutto con un linguaggio proprio anche rispetto ai maestri inglesi. Una delle band di punta del new prog di casa nostra erano i romani Leviathan. Autori di un demo nell’85, stabilizzavano la formazione attorno ad Alex Brunori alla voce, Franco Pezzella alle tastiere (sostituito dal secondo album da Andrea Amici), Andrea Moneta alla batteria, Sandro Wldrek al basso e Rocco Paterna, poi sostituito da Giorgio Carana alla chitarra, il quale registrerà i primi due dischi. Questi musicisti nel 1988 facevano uscire un album, quello di debutto, chiamato “Heartquake”, composto nei testi da Brunori e nella musica da Wldrek, che diventerà uno dei dischi più significativi del new prog made in Italy di quegli anni. Verranno fatti uscire altri due album con qualche cambio di formazione (“Bee Yourself” dell’89 e “Volume” del ’98), saranno fatti concerti in giro per la penisola, ma anche in Francia, e poi, dopo la partecipazione a un paio di compilation nei primi 2000, un lungo silenzio. La voglia di rimettersi in pista risale a un paio di anni fa. Protagonisti di questa nuova versione dei Leviathan sono i membri originali Brunori, Moneta e Amici, a cui si aggiungono Andrea Castelli, bassista di lunga esperienza (Airspeed, Shabby Trick, Cappanera, Mantra, Silver Horses, Rovescio Della Medaglia) e alla chitarra (Carana è purtroppo mancato qualche anno fa) Fabio Serra, rinomato produttore, nonché mastermind dei Røsenkreütz. Dopo aver partecipato al tributo a John Wetton “Celebrating The Dragon”, i nostri ridanno alle stampe il debutto, completamente risuonato, col titolo di “Heartquake/Redux”, prodotto dallo stesso Serra e pubblicato per AMS Records. La copertina, del tutto nuova, è curata da Brunori. Ascoltare la nuova versione di quel disco storico è bello e interessante: accanto alle influenze dei mostri sacri, come i Genesis fase “A Trick Of The Tail”/”Wind And Wutering”, come su “Hellishade Of Heavenue”, si avvertono gli umori del new prog dell’epoca, a concretizzare il linguaggio musicale della band, sfiorando talvolta il melodic rock, come nell’opener “Waterproof Grave”. Le due tendenze sono evidenti anche su “Only Visiting This Planet”, articolata e suntuosa, ma anche concreta nell’incedere e nelle melodie. Bellissimi intrecci fra tastiere e chitarra di “Up We Go” con la sua linea vocale evocativa, notevole l’articolata ballad “The Dream Of The Cocoon” col suo crescendo e splendida la conclusiva suite che dà il titolo all’album.

Leviathan - 01 - The Waterproof Grave

In tutto il disco quindi si possono avvertire le influenze più legate al passato, principalmente i Genesis, ma anche la maggior sintesi del new prog, di Marillion e Pendragon, e in dose ancora maggiore degli IQ, e non ultima, una certa tendenza melodica che da sempre caratterizza la via italiana al prog. Il tutto ovviamente filtrato dalla personalità della band e dalla sua sensibilità musicale che, allora come ora, non fa di “Earthquake” una semplice enciclopedia di citazioni, ma che anzi, è un ricchissimo insieme di chiaroscuri e sensazioni di altissimo livello. Ovviamente non si può non fare un paragone fra le due versioni dell’album. Premesso che questo tipo di operazioni a nostro avviso non sempre hanno senso, visto che un disco di solito andrebbe ascoltato nel contesto musicale e sonoro in cui è nato contestualizzandolo, c’è da dire che questa ri registrazione è venuta veramente bene. La band è più matura, il suono non è neppure paragonabile per potenza e pienezza, gli arrangiamenti sono attualizzati e di notevole livello. I nuovi arrivati interpretano il loro ruolo in maniera eccellente, dando la loro personalità ai brani, e in questo senso il lavoro solista di Serra è di livello veramente notevole, come d’altronde la produzione a cui dà il suo marchio di fabbrica. Negli anni ’80 nel nostro paese le tecnologie a disposizione di una band emergente di un genere di nicchia non erano certo all’altezza di quelle estere, in tal senso il significato di questa nuova edizione è il rivendicare la bontà di un’opera prima che, pur validissima, non poteva avere a disposizione le potenzialità sonore attuali. E in tal senso l’operazione è pienamente riuscita, in attesa e nella speranza che ci siano in futuro nuovi capitoli inediti del percorso musicale dei nostri Leviathan.

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