Leprous: “The Congregation” – Intervista a Einar Solberg

I Leprous sono sicuramente una delle band norvegesi progressive metal più affermate degli ultimi anni. Qual è la chiave del loro successo? Semplicemente si distinguono dalla massa e osano, cercando di intraprendere un percorso personale senza emulare nessuno. In occasione dell’imminente release di “The Congregation“, abbiamo avuto modo di parlare con il tastierista (nonché mente dei Leprous) Einar Solberg, che in questa esclusiva intervista ci presenta questo nuovo lavoro discografico (che già si pone al top delle loro produzioni) e ci racconta il percorso artistico di una band che, negli anni, è riuscita a spiccare in un panorama complesso e a farsi notare per il talento e l’intraprendenza!

A distanza di due anni circa, i Leprous tornano più energici di prima e sono pronti a presentare al mondo intero il nuovo album. Se non sbaglio, questo nuovo lavoro ha richiesto la gran parte del 2014 per quanto riguarda la stesura dei brani e la composizione del disco, cosa che, invece, non è accaduta con “Coal”, scritto in brevissimo tempo. Sei soddisfatto del lavoro fatto finora? Qual è stata la soddisfazione più grande ottenuta con questo quinto platter?

Il processo di creazione dell’album è stato piuttosto impegnativo, non so quanto tempo abbia richiesto. Terminato il grosso lavoro, mi sono confrontato con il mixing e ho notato che si trattava di un grosso lavoro, qualcosa del quale mi sono sentito veramente fiero. Una volta terminato il mixing e aver ascoltato il prodotto finale, ero molto più che entusiasta e soddisfatto, ho visto che stava ricevendo parecchi riscontri, per cui non posso che esserne contento ed orgoglioso!

Cosa puoi dirmi del titolo dell’album? Si riferisce a qualcosa in particolare?

Sì, la prima cosa che salta in mente pensando alla parola “congregation” (congregazione) è legata effettivamente alla religione, a quel gruppo di persone che si recano in chiesa e, ovviamente, non rientra nel nostro caso specifico. Abbiamo scelto questo titolo per identificare un raduno di persone che seguono, a loro volta, qualcosa alla cieca senza realmente essere coscienti di ciò che fanno. Le tematiche del disco si rifanno a questo concetto e affrontano temi legati alla società e ai suoi problemi. Si parla nello specifico di come la società odierna tenda spesso a distruggerti l’esistenza e di come la gente tenda a buttarti giù per qualsiasi cosa tu faccia. Questo, a parer mio, è il più grosso errore della società attuale.  Ti faccio un esempio: io stesso sono un vegetariano e a volte mi trovo a dover spiegare alla gente il perché di questa mia scelta, ricevendo poi critiche non propriamente piacevoli, ma si sa… è praticamente impossibile essere consapevoli riguardo a tutto ciò che succede. Il titolo dell’album si rifà un po’ a tutto questo, alla congregazione della società, dove noi tendiamo a seguire ciò che va seguito ed è difficile riuscire a fare delle riflessioni adeguate quando ti trovi a scontrarti con queste situazioni. Io credo che la parte più importante sia mantenere la lucidità ed essere attenti, ma a molte persone questo non interessa. La parte tematica e il titolo stesso derivano da tutto questo, anche se i singoli argomenti si rifanno a cose diverse pur rimanendo sempre nello stesso insieme.

Per promuovere meglio l’album, avete presentato la scorsa settimana il vostro primo singolo e opening track dell’album stesso: “The Price”. Cosa mi puoi dire di questo brano, del quale ricordiamo avete registrato anche un video?

È un brano che va dritto al sodo, è orecchiabile ma allo stesso è piuttosto tecnico, in quanto lo reputo il brano perfetto per rappresentare l’album. Non dico questo per esaltarlo necessariamente come miglior traccia del lotto ma secondo me identifica al meglio i nuovi Leprous. È un pezzo molto diretto in termini di sound ma è meno sognante, meno malinconica se paragonato ad altri pezzi che abbiamo realizzato in passato.

Il vostro precedente album, “Coal”, era un album che si mostrava più maturo di “Bilateral”, che io personalmente adoro. Le canzoni di Coal erano più caratteristiche. Questo nuovo album si presenta più maturo di Coal e, a parer mio, è l’album migliore mai realizzato finora. C’è qualcosa in particolare che ti ha portato a comporre l’album in questa maniera? Qualcosa che ti abbia particolarmente influenzato durante la composizione?

Ti ringrazio. Nel complesso questo nuovo disco è il risultato di un durissimo lavoro, è molto strutturato, ha richiesto molto lavoro. Se “Coal” era molto improvvisato, questo nuovo album si riassume in un anno di arduo lavoro. Anche per questo abbiamo impiegato così tante ore per la realizzazione del materiale. Potrei dirti molte altre cose, ma devi essere tu a dirmi se vuoi saperne di più o meno, ehehe.

Io poco fa ti ho fornito una mia opinione, ma secondo te quali sono le differenze maggiori riscontrabili in “The Congregation”? In un certo senso, trovo che quest’album sia addirittura più “fresco”, variegato, ma allo stesso tempo sembra molto “tecnico”. L’ascoltatore si trova veramente ad affrontare le sue emozioni più recondite grazie proprio alla varietà del platter. Sei d’accordo con me?

Sì, credo che questa sia una riflessione giustissima, è esattamente quello che senti nell’album, e anzi, aggiungo che questo sia l’album più emozionante mai realizzato sinora e trovo sì che sia molto tecnico. Sono d’accordo con entrambi i tuoi punti di vista, assolutamente! Se dovessi paragonare “The Congregation” a “Bilateral” potrei dire che Bilateral era più divertente, mostrava esattamente quello che volevamo mostrare in quel particolare momento, mentre ora siamo molto più concentrati sulla parte emotiva, sulle atmosfere, cerchiamo di creare determinate situazioni piuttosto che far vedere cosa siamo in grado di fare. Lo dicevo proprio poco fa: “Coal” era molto più imposto, forse era l’album più cupo e più lento realizzato sino a quel momento; questo album è più emotivo, è più malinconico, per cui sì! Mi trovo nuovamente ad essere d’accordo con te, anche se non dovrei menzionare le innumerevoli ore investite per questo lavoro, ma alla fine dei conti il risultato finale è esattamente come volevo che fosse.

Ho ascoltato attentamente l’album e devo dire di essere rimasta piacevolmente sorpresa, soprattutto da tracce che io definirei “profonde”,come “The Flood”, “The Price”, “Slave”, brani dalle atmosfere cupe ma molto espressivi… Vorrei chiederti qualcosa riguardo a questi brani in particolare.

Credo che queste due tracce, nello specifico, siano state costruite seguendo lo stesso schema, anche se c’è lo stesso dark guitar ripetitive pattern che si ripercorre lungo tutta la canzone. Quella si è presentata come il fondamento perfetto sul quale creare queste tracce, con le giuste atmosfere. Questo è il procedimento che abbiamo seguito per mettere assieme questi due pezzi in particolare. “The Flood”, ad esempio, inizia con un ritmo ben definito che si trascina per tutta la durata del brano, costruito livello su livello, ci siamo limitati a tirar fuori il ritmo partendo proprio da qui. È un brano che, forse, potrebbe ispirarsi ai Massive Attack e sappiamo che questa band non ha nulla a che vedere con il metal o con il prog, anche se è uno di quei gruppi capaci a costruire atmosfere particolari, molto profonde e atmosferiche, che però risultano essere molto più che ripetitive. Sì, diciamo che questa è una linea di quel che potrei dirti riguardo a questi due pezzi.

Questo è il primo disco che presenta ufficialmente il nuovo batterista della band. Vorresti presentarcelo e dirci quale contributo ha dato a “The Congregation”?

Lui è stato una grossa risorsa per la band, voglio dire Tobias era un grandissimo musicista e una brava persona, ma aveva intrapreso una nuova strada con altri gruppi musicali, per cui ci reputiamo veramente fortunati nell’aver trovato Baard e averlo nella band. È un grande batterista ed è un ragazzo dalle mille idee, moltissima energia ed è riuscito a fornire al disco una nuova sonorità per quel che riguarda la batteria, cosa che io ho particolarmente apprezzato. È un batterista molto tecnico e sono soddisfatto di averlo ora nella band.

Proprio qualche giorno fa, ripensavo al momento in cui ci siamo incontrati a Milano nel 2012. Parlando proprio con Toro, avevo chiesto quale fossero le sue sensazioni nell’affrontare la scena metal moderna e quali fossero le difficoltà maggiori a cui andasse incontro… per cui ora vorrei avere anche un tuo riscontro a riguardo…

Credo che nel panorama metal odierno troppe band cerchino di ritagliarsi un ruolo ben preciso, cercando di rientrare qui o lì, entrando in questo ascensore che io chiamo “moda”. Credo che troppe band abbiano paura di mostrarsi per quello che sono, hanno il timore di essere semplicemente se stesse. Ovviamente, ci sono molte band che si pongono per come sono realmente, anche se la maggioranza hanno veramente paura di esporsi, hanno paura di mostrare la loro abilità, di mettere in piazza ciò che vogliono proporre, temono la reazione dei fans, si preoccupano troppo del loro pensiero. Questo è senz’altro un lato negativo della attuale scena metal, questo è ciò che penso! Troppe persone pensano troppo alla reazione che possono scatenare nella gente, danno per scontato che sia tutto pessimistico, per cui si buttano senza troppa premura nella ripetizione del loro stesso lavoro. Tutto quello che si limitano a fare è ripetersi, ripetersi, ripetersi! Secondo la loro opinione, quello è il modo giusto per tenersi stretti i loro fan. Io, invece, vedo le cose sotto questo punto di vista: quando io stesso compongo la mia musica, mi rifiuto di dar spazio al resto del mondo. Semplicemente non mi interessa l’opinione della gente, perché io non posso permettermelo, faccio quello che mi sento di fare, faccio quello che credo sia giusto fare. Se seguissi il giudizio della gente e componessi musica solo per soddisfare le loro aspettative… beh, non sarebbe arte. Non la considererei tale. Per quel che riguarda la questione legata alle difficoltà, posso dirti che secondo me la difficoltà più grande è senz’altro connessa alla grossa quantità di tempo necessario per raggiungere i tuoi obiettivi. Credo che anche questo sia un altro fattore che demoralizza molte band, le quali mollano al primo tentativo. Credimi, è davvero difficile riuscire ad andare da qualsiasi parte se non hai a disposizione anche un po’ di denaro. I primi anni non ci hanno dato molti frutti, solo quest’anno abbiamo iniziato a guadagnare un po’ di soldi… gli anni passati sono stati dedicati più a supportare band maggiori, quindi non avevamo molte entrate… per questo prima ti menzionavo anche il tempo! Serve veramente tanto tempo per raggiungere la meta prefissata! Capisco anche il perché molte persone lascino agli inizi o durante il loro percorso artistico. Se vuoi raggiungere determinati scopi ed obiettivi, non solo hai bisogno di talento, ma serve anche tanta forza di volontà, per cui armatevi di tanta, tanta pazienza!

I Leprous sono certamente una delle migliori realtà musicali norvegesi, soprattutto in ambito progressive. Dai tempi di Aeolia, avete costruito un percorso musicale davvero personale, facendo vostro un genere dove spesso chi si auto etichetta come “progressive metal band” spesso viene associato ai nomi grossi del genere come Dream Theater, Pain Of Salvation e compagnia bella. Secondo te, cosa rende i Leprous così unici in questo genere musicale particolarmente complesso?

Innanzittutto grazie per i complimenti! Credo che una cosa che ci caratterizzi particolarmente sia il fatto di non curarsi affatto di ciò che pensa il mondo esterno! Noi ci limitiamo a creare la nostra arte a modo nostro. Come ti dicevo prima, noi ci differenziamo da tante band perché non diamo peso all’opinione altrui quando si tratta di comporre musica, al contrario di molti gruppi che, purtroppo, danno troppa importanza a ciò che la gente pensa. Forse è proprio questo ciò che ci rende così unici, il fatto di non dare alcun peso al pensiero delle persone quando siamo in fase compositiva. Ovviamente, puoi sempre carpire alcune differenze nella nostra musica, come spesso accade anche ad altri, ma il rischio è che molte band tendono a volersi infilare in un genere musicale cercando di imitare esattamente i loro idoli, cosa che, ad esempio, noi non facciamo assolutamente! Noi siamo sì ispirati da un sacco di altra musica non necessariamente appartenente alla sfera metal, per questo credo che i Leprous risultino diversi dagli altri, ehehe!

I Leprous sono maggiormente conosciuti per il vostro impegno con Ihsahn, poiché avete fatto parte della band che lo accompagna in sede live. Qual è il più ricordo che ti lega a questo strabiliante artista?

Se non ricordo male, credo che il primo show che abbiamo veramente fatto insieme si sia tenuto in Giappone ed è stato strepitoso! Sai, suonare là si è rivelata un’esperienza che mai ci saremmo aspettati in quel preciso momento, in quel continente si trovano dei promoter eccezionali, il pubblico è favoloso. Personalmente sono contento di suonare là, in quanto è un continente che io stesso reputo fantastico sotto ogni punto di vista. Tornando al discorso legato all’esperienza live con Ihsahn: al momento non suoniamo più con lui, ma suonare al suo fianco si è rivelato piuttosto benefico per entrambe le parti, anche se alla fine visti gli impegni dei Leprous in sede live non è stato più possibile dargli la nostra disponibilità. Siamo, quindi, giunti purtroppo a questa conclusione, anche se devo dire che il miglior ricordo di questa esperienza è sicuramente legato al Giappone, sì!

In autunno intraprenderete un tour volto alla promozione del disco. Ad accompagnarvi troveremo i norvegesi Sphere. Ti andrebbe di dirci come sono stati scelti? 

Al momento abbiamo due supporters, non ci saranno solo i Sphere. La seconda band che abbiamo annunciato sono i Rendezvous Point, la band parallela del nostro nuovo batterista Baard Kolstad. Gli Sphere sono una band djent e abbiamo pensato che potessero adattarsi bene a questo contesto, per cui li abbiamo scelti e li abbiamo invitati a prendere parte al tour. per quel che riguarda i Rendezvous Point, come ti dicevo poco fa è l’altra band del nostro batterista e quindi si ritroverà a regalare due performance durante il corso della stessa serata. È una realtà progressive metal piuttosto interessante e promettente e, inutile dirlo, anche loro provengono dalla Norvegia. È la prima volta che, effettivamente, ci imbarcheremo in un tour che vedrà protagonisti tre act completamente norvegesi. In passato ci siamo affidati a band provenienti da altri paesi europei, ehee, per cui ci sarà da divertirsi!

Il 2012 per voi è stato un anno importante, in quanto avete intrapreso il vostro primo tour da headliner. Cosa ti ricordi di questa bella esperienza, che si è poi replicata anche negli anni successivi?

Molti direbbero che non si è trattato poi di un grossissimo tour e mi trovo d’accordo su questo, poiché durante il suo corso poche persone hanno partecipato agli show. Alcuni di essi si sono rivelati decenti, altri ancora non sono andati poi così tanto bene… ma ammetto che è stata una gran bell’esperienza! Se agli inizi non ci sentivamo pronti, adesso la cosa è andata a nostro favore: possiamo permetterci di andare in tour in veste di headliner, per conto nostro, chiamando a raccolta un buon numero di spettatori. Una cosa bella che sicuramente mi porterò nel cuore riguardo a questa nuova esperienza è legata all’eccitazione che si provava non appena si calcava il palcoscenico, ma al contrario delle critiche ricevute, devo ammettere che quel tour è stato entusiasmante! Ricordo i due grossi bus piazzati nel parcheggio, i locali piccoli, ogni notte era una continua esplosione di energia!

In attesa di vedervi quest’autunno in Italia, ti auguro tutto il meglio. Come è nostra tradizione, lasciamo all’intervistato la possibilità di rivolgere le parole finali ai nostri lettori e ai vostri fan italiani.

Grazie mille. Dal momento in cui mi trovo a promuovere il mio lavoro con una webzine italiana, vorrei cogliere l’occasione per esortare tutti i nostri fan italiani a partecipare al concerto che si terrà a Milano il prossimo 19 ottobre al Legend Club. Spero con tutto il cuore di vedervi tutti quanti là in modo da potervi mostrare “The Congregation” sotto un altro aspetto, ehehe.

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